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sab, 16 ott 2021
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La Formazione della 'Nuova Politica' Britannica

jeremy corbin

DI JOHN PILGER

johnpilger.com


Al recente Congresso del Partito Laburista tenutosi nella cittadina inglese sul mare di Brighton, sembrava che i partecipanti non notassero un video proiettato all'ingresso principale. Il terzo produttore di armi al mondo, BAE Systems, fornitore dell'Arabia Saudita, stava promuovendo le sue armi, bombe, missili, navi e aerei da combattimento.

Pareva una falsa immagine per un Partito su cui adesso milioni di britannici puntano le loro speranze politiche. Un tempo dominio di Tony Blair, è ora guidato da Jeremy Corbyn, la cui carriera è stata molto diversa e unica tra la classe politica dirigente britannica.

In un'arringa al Congresso, l'attivista Naomi Klein ha descritto l'ascesa di Corbyn come "parte di un fenomeno globale. Lo abbiamo visto nella storica campagna di Bernie Sanders nelle primarie statunitensi, alimentata dalle nuove generazioni che sanno che la politica sicura di centro non offre loro alcun tipo di sicurezza futura".

In realtà, al termine delle elezioni primarie statunitensi dello scorso anno, Sanders portò i suoi sostenitori nelle braccia di Hillary Clinton, una guerrafondaia liberale da lunga tradizione nel Partito Democratico.

Da Segretario di Stato del presidente Obama, la Clinton presiedette l'invasione della Libia nel 2011, che portò ad una fuga precipitosa di rifugiati verso l'Europa. Gongolò per il raccapricciante assassinio del presidente libico. Due anni prima, la Clinton aveva dato il suo consenso al colpo di stato che rovesciò il presidente democraticamente eletto dell'Honduras. Il fatto che sia stata invitata in Galles il 14 ottobre per essere conferita di un dottorato onorario presso l'Università di Swansea perché lei è "sinonimo dei diritti umani" è un mistero.

Alarm Clock

Goldman fa scommettere ai propri clienti sulla prossima crisi finanziaria

goldman sachs

FONTE: ZEROHEDGE.COM


Poco più di dieci anni fa, mentre S&P raggiungeva livelli record e c'era la fila attorno ai manager di hedge fund, desiderosi di mettere i soldi altrui in investimenti ultra-rischiosi, Goldman ebbe un'illuminazione: creare prodotti che avessero un'enorme convessità, cioè che promettessero un po' di crescita (come alcuni basis points in rendimento) o un calo illimitato, collegarli ai peggiori asset possibili e venderli agli idioti in cerca di profitti (raccogliendo una commissione di transazione), facendo profitti enormi una volta che tutto fosse andato in rovina. Gli strumenti, ovviamente, erano CDO, e non molto tempo dopo che Goldman ne vendette una gran quantità, il sistema finanziario è crollato ed ha avuto bisogno di un multitrilionario salvataggio da cui il mondo non ha ancora recuperato.

Dieci anni dopo, Goldman lo sta facendo di nuovo, solo che, al posto dei mutui subprime, stavolta si è concentrata sulle banche europee quasi insolventi.

E proprio come prima dell'ultima crisi, GS sta ancora una volta offrendo ai propri clienti la possibilità di trarre vantaggio dall'imminente crollo, o, come la mette Bloomberg, "meno di un decennio dopo l'ultima crisi bancaria, Goldman Sachs e JPMorgan stanno offrendo agli investitori un nuovo modo per scommettere sulla prossima".

L'operazione in questione è un total return swap, un prodotto con elevata alta leva, simile ad un CDS, ma con sottili differenze. Prende infatti di mira i titoli Tier 1 o AT1 o "buffer" rilasciati dalle banche europee, di solito sono i primi ad essere cancellati quando c'è anche un modesto evento di insolvenza (vedasi Banco Popular), per non parlare di una vera e propria crisi finanziaria.

GS e JPM stanno offrendo agli investitori di scommettere a favore o contro obbligazioni bancarie ad alto rischio, che i regolatori finanziari possono cancellare se un prestatore è in difficoltà. Secondo Max Ruscher, direttore di indici di credito della sede londinese di IHS Markit Ltd., che amministra i parametri di riferimento cui gli swap sono collegati, anche altre banche sperano di unirsi alla festa ed iniziare a fare operazioni sui contratti TRS.

Perché ora? Spiega Bloomberg:
In un momento in cui i mercati finanziari corrono da un record all'altro, il mondo si getta a capofitto verso gli investment returns.

Footprints

Bernard-Henri Levy: Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

Libia distruzione
La Libia di Gheddafi, nonostante tutto, era molto meglio di quella di oggi: un Paese nel caos portato alla capitolazione da un filosofo francese alla ricerca di brividi

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell'indice di sviluppo umano (Human Development Index - Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l'altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l'Europa, e in particolare l'Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra - nell'ottobre del 2011 - con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano "essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l'umanità".

A ottobre 2013 l'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che "la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo" in carceri dove Amnesty International ha scoperto che "sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo".

In un video recentemente diffuso da un sito d'informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest'anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l'ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un'analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell'intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L'intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c'è dubbio che la Libia di Gheddafi, pur non essendo un regime democratico o votato ai diritti umani, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell'anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell'ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la "necessità ma anche la possibilità di intervenire", come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

Newspaper

Che ne sarà della Libia?

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© Sputnik. Andrey Stenin

Un Paese in balìa del caos dal 2011 e smembrato in bande. Sospesa fra il passato e un futuro incerto, la Libia oggi rappresenta una vera incognita. Prioritaria per l'Italia e fattore cruciale sullo scacchiere internazionale, che ne sarà della Libia?


"Incognita Libia, cronache di un Paese sospeso", esce nelle librerie il saggio di Michela Mercuri che ripercorre la travagliata storia libica arrivando ai fatti più recenti. Il volume con la prefazione di Sergio Romano spiega le contraddizioni della Libia, nazione che in preda a milizie e gruppi criminali è sprofondata in una grave crisi economica.

Analizzando il complesso risiko libico, l'autore del saggio propone anche delle possibili soluzioni per la stabilizzazione della Libia, dove l'Italia, lasciata sola dagli "alleati" europei, potrebbe cooperare con la Russia, attore fondamentale nella regione. Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Michela Mercuri, autore di Incognita Libia, docente di storia contemporanea dei Paesi Mediterranei all'Università di Macerata.

— Michela Mercuri, com'è strutturato il suo libro?

— Il libro parte dalla storia della Libia, dalla fine dell'800 quando il Paese era sotto l'Impero Ottomano, poi arriva fino ai giorni nostri passando attraverso le rivolte arabe e la caduta di Gheddafi. Questo libro dà uno sguardo generale alla Libia attuale parlando di vari aspetti: il ruolo degli attori internazionali, che giocano nel risiko libico, i rapporti con l'Italia e gli attuali assetti interni. Il libro tocca tutti i temi controversi della Libia di oggi, ma dà uno sguardo verso il futuro, parlando dei problemi e delle possibili soluzioni per stabilizzare la Libia.

Si parla molto gli ultimi anni della stabilizzazione della Libia, ma al momento non mi sembra ci siano soluzioni concrete né condivise da parte di tutti gli attori europei. Il libro insomma affronta il passato e il presente, ma cerca di proporre alcune soluzioni per la stabilizzazione futura del Paese, tenendo conto dei problemi che persistono in Libia.

Magnify

La strage di LAS VEGAS è stata annunciata 3 settimane prima

mandela bay las vegas

Sul sito 4chan , un tale "John" ha postato, l'11 Settembre scorso, questi post:


4chan

Gold Seal

Perché la NATO non sta bombardando Madrid da 78 giorni?

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È un po' tardi perché l'Unione Europea ricordi la legge internazionale sul suo confine occidentale, quando l'ha ignorata su quello orientale. Così parla Marko Gasic, commentatore di affari internazionali.


Il leader della Catalogna si è impegnato a dichiarare nei prossimi giorni l'indipendenza della regione dalla Spagna.

Carles Puigdemont, presidente della regione scissionista, ha detto martedì alla BBC di esser pronto a dichiarare l'indipendenza "alla fine di questa settimana o all'inizio della prossima".

Le autorità spagnole continuano a dire che il voto di domenica era illegale ed incostituzionale, mentre l'UE ha dato il proprio sostegno al primo ministro per risolvere la crisi.

La mossa è stata criticata dal presidente serbo, che ha accusato l'Unione di aver avuto una posizione diversa sul Kosovo.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic non ha moderato i termini quando ha fatto una domanda piuttosto ovvia: "Come avete fatto a dichiarare legale la separazione del Kosovo, avvenuta senza previo referendum, e come hanno fatto 22 paesi dell'Unione Europea a legalizzare questa secessione, in barba al diritto comunitario?"

Marko Gasic, commentatore di affari internazionali, ha detto che il voto in Kosovo è stato riconosciuto perché quel paese non fa parte dell'Unione.
"Alcuni dicono che l'UE abbia due pesi e due misure su questo argomento. Io direi che semplicemente non conosce o non rispetta il diritto internazionale, perché si oppone alla secessione catalana e supporta quella kosovara in Serbia", dice Gasic ad RT.
Ha aggiunto: "Questa è palese schizofrenia".

Cult

CETA: l'accordo può sconfiggere la democrazia in Europa

ceta

Il CETA è parte di una serie di nuovi accordi internazionali, che, anche se rivestito con una copertura attrattiva, il suo contenuto e 'corrosivo per la democrazia. Articolo Isabel Pires, che parteciperà al dibattito "CETA e gli accordi commerciali internazionali" con José Paulo Ribeiro Albuquerque e João Gama, al Socialismo 2017 Forum.


Il CETA ( Accordo economico e commerciale globale - Unione Europea / Canada) fa parte di una serie di nuovi accordi internazionali, che, anche se rivestito con una copertura attrattiva, il suo contenuto e 'corrosivo per la democrazia. Questo accordo è stato negoziato nel corso di otto anni a porte chiuse, senza possibilità di controllo da parte dei cittadini e dei loro rappresentanti eletti, ma in stretta collaborazione con le multinazionali. Così, il dibattito intorno allo stesso è stato avvolto in pseudo miti e incomprensioni.

A cominciare da quello per cui i suoi appassionati affermano di essere il suo beneficio più prezioso, la crescita economica e l'occupazione, uno studio commissionato dalla Commissione europea rivela che la crescita prevista in sette anni, sarà (solo!) 0,08 % del PIL dell'Unione europea (UE). Per quanto riguarda l'occupazione, vari studi indicano una potenziale perdita di 200.000 posti di lavoro in tutta l'Unione. Ma se la crescita economica è residuale e le minacce all'occupazione sono superiori a quelle garanzie, cosa affascina i suoi difensori? L'Europa è la regione del mondo dove gli standard ambientali e di sicurezza alimentare sono più alti.

Propaganda

Secessione in Catalogna: è tutta colpa di Putin

putin

di Massimo Mazucco.


I giornalisti italiani ormai sono senza vergogna. Sentite questo articolo de "La Stampa", intitolato : "Mosca ha fatto operazioni di disinformazione anche in Catalogna".

Mamma mia, a leggere il titolo ti vengono i brividi. Che cosa avranno fatto mai i russi cattivi, questa volta? Si saranno infiltrati fra le fila dei nazionalisti, dicendo loro che se votavano "no" sarebbero stati espulsi dalla regione catalana? Oppure si sono infiltrati fra quelle dei secessionisti, dicendo loro che avrebbero avuto la nazionalità russa se avessero votato "sì"?

Nulla di tutto questo, a quanto pare: il peccato più grave commesso da Sputnik News e di RT, secondo la ricerca di DFRLab citata dall'articolo, sarebbe stato quello di distorcere il significato di una frase di Juncker: il presidente della UE ha detto "rispetteremo l'opinione dei catalani", mentre i russi maledetti hanno tradotto "rispetteremo la scelta dei catalani".

Un altro "peccato mortale" di cui vengono accusate le due testate russe è "un gioco di rimandi in cui le due fonti si autoaccreditano, e si rilanciano" a vicenda. Come se riprendere un articolo postato da una testata simile alla tua fosse diventato un'eresia internazionale.

La Stampa invece parla di "episodi di disinformation e deception per fomentare il caos e descrivere scenari di guerra civile in Spagna sono stati pilotati e sfruttati dal Cremlino, sostengono questi lavori, anche con l'uso di una potente amplificazione automatizzata sui social network." Per poi concludere: "La Catalogna è insomma l'attuale teatro di operazioni russe nella sfera della information war di Putin."

Che Guevara

Catalogna: reazione a catena

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© REUTERS/ Francois Lenoir

Il punto di non ritorno è stato superato. Il referendum c'è stato nonostante le feroci violenze scatenate dal governo centrale contro cittadini con le mani alzate che esprimevano una opinione e un diritto. Quelli che sono riusciti a votare, opponendosi alla repressione, hanno dato il 90% dei voti all'indipendenza.


Il governo di Madrid è sconfitto irrimediabilmente. Dopo le prime dichiarazioni bellicose, ora ci si rende conto, a Madrid, che proseguire con l'uso della forza sarebbe catastrofico per la Spagna. Intanto la Catalogna intera va in sciopero generale per premere ora sullo stesso governo regionale affinché la dichiarazione d'indipendenza venga formalizzata. Una reazione a catena è una prospettiva reale e, se sarà avviata, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Una dichiarazione di indipendenza incombe in base alla legge che è stata approvata, seppure a maggioranza, alcune settimane fa dal Parlamento della Generalitat.

L'Unione Europea, del tutto impreparata a fronteggiare un evento "europeo" di tale portata, ha preso, in ritardo, una posizione che a prima vista appare prudente ma che in sostanza è pilatesca e potrebbe rivelarsi, alla lunga, disastrosa: il voto di Barcellona è "illegale", ma la questione è "spagnola". In realtà a Bruxelles non potranno ignorare che gli effetti della crisi catalana si riverseranno sull'Europa nel suo complesso. Le per ora deboli reazioni di Bruxelles, di Berlino e di Parigi, di Roma dicono che gli altri governi europei non sanno cosa fare e cosa dire. Il Presidente Mattarella e il capo del governo italiano Gentiloni hanno ripetuto banali, seppure logiche, esortazioni al dialogo politico. Ma la situazione è già fuori controllo e le posizioni del governo centrale oscillano tra dichiarazioni bellicose e balbettamenti. Un terreno di discussione pacifico non esiste.

Newspaper

La fine dell'oasi catalana

bandiera

di Andrea Geniola


Quella dell'oasi è stata per lungo tempo la metafora attraverso la quale è stata descritta la situazione politica catalana a partire dal post-franchismo: una sorta di miraggio in cui lo sviluppo democratico e quello economico andavano, apparentemente, di pari passo accompagnando il successo della soluzione autonomista alla secolare questione dell'articolazione delle differenze nazionali e linguistiche nella Spagna democratica. Alcuni ne hanno visto arrivare la crisi già inizi del nuovo secolo e altri ne hanno messo in discussione l'esistenza la vigenza stessa. In realtà si è trattato in un certo senso del paradigma ottimistico della Spagna democratica che con successo archiviava quattro decadi di dittatura e si lanciava verso il traguardo dello sviluppo economico, della crescita democratica e della soluzione definitiva alle questioni poste dalla sua pluralità nazionale interna. Il processo di crisi dell'oasi catalana è quindi anche quello della crisi del modello spagnolo stesso.

All'indomani della Diada la macchina dello Stato si è messa in moto per evitare la celebrazione del referendum di secessione convocato per l'1 ottobre. In una serie di operazioni di polizia e atti amministrativi senza precedenti le autorità spagnole hanno successivamente sequestrato ogni tipo di propaganda referendaria (sia informativa sia a favore del Sì) e dieci milioni di schede referendarie, censurato le informazioni relative alla sua celebrazione attraverso la chiusura di siti e profili delle reti sociali ad esso dedicati, assunto il controllo diretto delle finanze della Generalitat (il governo regionale autonomo), arrestato funzionari chiave nella logistica e informatica necessarie alla celebrazione referendaria, assediato per mezza giornata la sede nazionale della CUP (l'organizzazione parlamentare della sinistra indipendentista anticapitalista, Candidatura d'Unitat Popular) e disposto il passaggio del comando dei Mossos d'Esquadra (la polizia catalana) sotto comando diretto della Policía Nacional.

Anche se va detto che nei fatti repressivi di questa settimana i Mossos hanno avuto il ruolo di appoggio logistico nella Operación Anubis (così è stata chiamata) e hanno garantito "la sicurezza e la protezione" degli agenti di Policía Nacional e Guardia Civil durante le operazioni. Financo le pubblicazioni periodiche di associazioni, organizzazioni e partiti sono state censurate e sequestrate per ordine superiore e ritirate da Correos, il servizio postale spagnolo e non sono arrivate agli abbonati.

Non torneremo sulla cronaca di questi fatti e nemmeno sull'enorme risposta civica di massa che ne è seguita. Tale risposta popolare, che ha coinvolto anche settori ed entità non direttamente implicate nella causa indipendentista e celebrazione del referendum, ci da sola la portata di quanto sta accadendo.

IL GOVERNO DI MADRID HA DECISO DI SOSPENDERE DE FACTO L'AUTONOMIA CATALANA ASSUMENDO IL CONTROLLO PROGRESSIVO DELLE ISTITUZIONI REGIONALI.