Maestri BurattinaiS


Stormtrooper

Turchia, serie raid militari uccidono centinaia di ribelli curdi

soldati su carro armato
© Sputnik. Andrey Stenin


Quasi 300 militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) sono stati uccisi in Turchia durante una serie di raid militari.
Lo ha riferito lo Stato Maggiore turco. L'operazione militare ha riguardato tre distretti lungo le province di Sirnak e Diyarbakir nella Turchia sud-orientale, zone dove la maggioranza della popolazione è curda.

L'esercito turco ha dichiarato di aver disinnescato decine di ordigni esplosivi improvvisati, di aver rimosso blocchi stradali eretti dai combattenti del PKK nei distretti di Cizre e Silope e di aver distrutto una scuola utilizzata presumibilmente dai militanti per la formazione.

Il gruppo PKK, fuorilegge in Turchia, sta lottando per l'indipendenza delle regioni curde nel sud-est. I ribelli curdi stanno cercando di creare uno stato sovrano nei territori appartenenti a Turchia, Iraq e Siria.

V

Nuova dottrina Putin: "La Nato è il nemico"

putin addressing russia on new years 2016
Il presidente russo aggiorna la strategia di sicurezza nazionale con la graduatoria delle minacce alla Russia. Al primo posto gli Stati Uniti e i loro alleati. "Il terrorismo? La nascita e il consolidamento dell'Isis sono il frutto della politica dei doppi standard di alcuni Paesi"

Anno nuovo, idee nuove. Vladimir Putin ha accompagnato i russi nel 2016, con il tradizionale messaggio sullo sfondo del Cremlino che precede i rintocchi di mezzanotte, facendo gli auguri ai militari che "combattono il terrorismo internazionale". E il suo decreto n. 683 del 31 dicembre dichiara entrata in vigore la nuova Strategia della sicurezza nazionale russa. Il documento stabilisce la graduatoria delle minacce principali alla Russia per i prossimi sei anni. Al primo posto si trova la Nato, in particolare la sua espansione verso i confini russi. E il nemico principale sono gli Stati Uniti e i loro alleati.

La Svolta dello "Zar"

Il terrorismo internazionale, che Mosca dichiara di combattere in Siria, è visto come una subordinata di questo confronto: il documento strategico afferma che "la nascita e il consolidamento dell'Isis sono il frutto della politica dei doppi standard di alcuni Paesi". Una conferma nero su bianco di quello che era già stata la politica e la retorica del Cremlino nell'ultimo anno, ma con la revisione della Strategia ordinata da Putin nel luglio dell'anno scorso, diventa ufficiale. La minaccia principale è l'Occidente, in primo luogo gli Usa, che "insieme ai loro alleati vogliono conservare un ruolo dominante nelle vicende internazionali" e cercano perciò di "contrastare la politica interna ed internazionale autonoma della Federazione Russa".

MIB

Il caso Abu Omar e la sovranità dimenticata

Abu Omar


Milano, 17 Febbraio 2003. L'imam Abu Omar si sta recando in moschea, quando viene improvvisamente rapito da dieci agenti della C.I.A. viene chiuso in un furgone, pestato a sangue e trasferito in Egitto con uno dei voli segreti dei servizi americani; si tratta di un vero e proprio caso di extraordinary rendition, strumento utilizzato dagli Stati Uniti negli anni di lotta internazionale al terrorismo, consistente nel rapimento di un sospetto in un paese straniero, conducendolo poi in un paese terzo senza leggi anti-tortura.


Omar era tenuto sotto stretta sorveglianza dal SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare), per presunti collegamenti con le organizzazioni del fondamentalismo islamico. L'imam veniva subito trasferito in Egitto, dove subisce torture e soprusi da parte degli agenti dei servizi segreti americani. Il Corriere della Sera, il 27 giugno 2005, scrive:
"È Abdelhamid Shari, direttore laico dell'Istituto islamico di viale Jenner a Milano, a confermare che l'imam rapito dalla Cia nel febbraio 2003 è detenuto in una prigione egiziana. Quella di Al Tora sulla Corniche del Cairo, come il Corriere ha rivelato due giorni fa. I familiari di Abu Omar - aggiunge Shari - hanno la possibilità di visitarlo ogni sette-dieci giorni: l'ultima volta pochi giorni fa. L'imam è provato per quanto ha patito in cella e le tracce delle sevizie «sono visibili sulla sua pelle»."
Lo stesso Corriere della Sera fa notare come sia strano il comportamento dell'Egitto. Dopo aver accettato di ricevere l'imam, nel febbraio 2003, appena un anno dopo Abu Omar viene rilasciato. La condizione per la libertà era però il silenzio, condizione espressamente non rispettata, in quanto non solo a pochi mesi dal rilascio c'è stato un nuovo internamento, ma fu lo stesso Abu Omar a denunciare le torture subite dagli agenti egiziani e americani. Scrive infatti il Sole 24 ore l'8 Gennaio 2007:
Sono stato appeso a testa in giù come un bue al macello, con le mani legate dietro la schiena e i piedi legati, sono stato sottoposto a scosse elettriche su tutto il corpo, specialmente alla testa per indebolirmi il cervello». Legato a un materasso sarebbe stato inondato da un getto d'acqua gelida collegato a una fonte di elettricità. «Ero vicino alle camere della tortura per lunghi periodi. Udivo i lamenti e le grida degli altri, volevano farmi crollare psicologicamente». Secondo El Zayat, Abu Omar ha tentato di togliersi la vita almeno una volta. Sempre secondo il legale, un uomo, apparentemente americano, sarebbe stato presente agli interrogatori. I sospetti ricadono su Robert Seldon Lady, il capo della Cia a Milano, che ha raggiunto il Cairo quattro giorni dopo l'arrivo di Abu Omar e vi sarebbe rimasto per due settimane."

Newspaper

Il Meglio del Web: Anno difficile

war in the middle east
© AP Photo/ Manu Brabo


Sarà un anno estremamente difficile. Quello che è appena finito è stato il secondo anno di guerra: di una guerra per molti aspetti inedita, che non può più essere definita come una guerra fredda.


Sono ormai numerosi gli osservatori politici che colgono i segni di uno scivolamento verso una guerra assai più vasta, con implicazioni nucleari e di altro genere non meno pericoloso. Il Papa di Roma è stato in testa a questi che i laudatores temporis acti chiamano"profeti di sventura" e che, invece, sono i più attenti osservatori del tempo presente.

Sono accadute molte cose in questo 2015. In primo luogo è diventato evidente l'attacco che l'Occidente ha scatenato contro la Russia. Offensiva iniziata il 22 febbraio 2014, con il colpo di stato di Kiev. L'Ucraina (il popolo ucraino) usata come bastone per colpire la Russia. Come risultato temporaneo, gli Stati Uniti — che sono gli ispiratori di questa svolta strategica — si sono presi l'Ucraina, dopo avere convinto l'Occidente che era la Russia ad avere aggredito l'Ucraina. E ora tocca all'Unione Europea pagare il prezzo di questa operazione, per evitare che la bomba messa nel cuore dell'Europa esploda.

2 + 2 = 4

"Razzismo" occidentale e Stato Islamico sono gemelli siamesi

jihadisti
© REUTERS/ Stringer
Lo Stato Islamico è una conseguenza. Il motivo della sua comparsa è stato il monopolio americano sul mondo, cresciuto dopo la fine dell'URSS e continuato per gli ultimi 25 anni.

Il controllo unico e privato di Washington sull'arena internazionale ha trasformato il vecchio zio Sam in un moccioso urlante che fa la prima cosa che gli passa per la testa e solo dopo pensa alle conseguenze. E' un monopolio che ha trascinato gli Stati Uniti fuori dalla logica, dentro un mondo di cinismo e improvvisazione. I risultati sono chiari: il Medio Oriente è in fiamme, attentati senza precedenti infuriano in tutto il mondo, con tragedie umane, genocidi, e orde di rifugiati in fuga.

L'Occidente afferma di difendere i valori democratici, ma se li tiene ben stretti, solo per sé stesso. "Il diritto alla vita è sacro", ma solo per gli occidentali.. e cosi via. Il comportamento dell'Occidente oggigiorno è a suo modo una forma di razzismo. Gli "ariani" dei giorni nostri sono i cittadini dell'Occidente politico, mentre ai loro occhi chiunque altro è spazzatura e può essere trattato senza alcun riguardo. Le vite degli altri non valgono un centesimo. Per il loro unico interesse geopolitico ed economico gli USA hanno saccheggiato l'intero Medio Oriente ed ora sono impegnati in una penosa offensiva contro le attività dello Stato Islamico, con le stesse possibilità di riuscire nell'impresa di rimettere il genio nella lampada.

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Trentatrè motivi per lasciare la Turchia fuori dall'Europa

Erdogan e Merkel
© AFP 2015/ TOLGA BOZOĞLU
Ogni Paese candidato a diventare membro dell'Unione Europea ha dovuto rispettare determinate condizioni per essere ammesso e in tutto sono trentatré i "capitoli" che vanno approfonditi e negoziati tra i Governi e i rappresentanti della Commissione.

Tra questi, un'importanza basilare è sempre stata data alla libertà di stampa, all'indipendenza della magistratura e al rispetto delle minoranze.

La Turchia è stata ammessa a questa "osservazione" nel 2005 e, da allora, solo 14 "capitoli" sono stati aperti ma solo uno è stato completato e cioè giudicato soddisfacente. Certamente, nessuno dei tre "acquis" sopra menzionati corrisponde a quanto l'Europa ritiene indispensabile. Al contrario, essi sono andati nettamente peggiorando e anche così si spiega la stasi in cui le negoziazioni sono piombate almeno dal 2013.

Purtroppo, dopo la visita della Cancelliera Merkel, recatasi ad Ankara per implorare il Sultano affinché fermi l'afflusso in Europa dei profughi, l'Unione, sotto ricatto, è stata obbligata a far ripartire il processo di adesione.

erdogan
© AP Photo/ Basin Bulbul, Presidential Press Service PoolIl presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Chess

Il "Pivot to Asia" della Russia

basketball game
© Sputnik. Alexey Filippov
Appare sempre più chiaro che la risposta della Russia alle sanzioni occidentali si sta rivelando non come una strategia di contenimento del danno ma come un'occasione di sviluppo delle regioni del profondo est della Russia e del partenariato con le nazioni asiatiche.

Questa politica può essere definita come una strategia multilivello che coinvolge vari settori:

1) Politica energetica con la costruzione di gasdotti e oleodotti che orienteranno il flusso delle materie prime energetiche dai paesi europei ai paesi asiatici. L'ultimo step di questa politica è stata la firma — avvenuta a Pechino il 17 dicembre durante la visita di stato del primo ministro Dmitrij Medvedev — per la costruzione dell'anello di congiunzione tra il tratto in territorio russo e quello in territorio cinese del gasdotto "Power of Siberia";

2) Politica monetaria tendente a favorire l'abbandono del dollaro come mezzo di pagamento degli scambi commerciali tra Russia e paesi asiatici;

3) Adesione in qualità di fondatore alla Asian Infrastructure Investment Bank, istituzione finanziaria nata per sostituire il FMI come finanziatore di progetti di sviluppo nell'aerea asiatica;

Bomb

Attentato in Pakistan, sale il numero delle vittime

attentato a Pakistan
© REUTERS/ Khuram Parvez
Sale a 18 il bilancio delle vittime dell'attentato kamikaze in Pakistan.

L'attacco suicida all'ufficio della National Database and Registration Authority, nel distretto di Mardan, ha provocato la morte di 18 persone. Almeno 40 i feriti. Tale bilancio potrebbe peggiorare nelle prossime ore. Al momento dell'attentato, l'ufficio addetto al rilascio dei documenti d'identità era gremito di gente.

Stando alle dichiarazioni di un esponente delle forze dell'ordine, a provocare l'esplosione sarebbe stato un uomo a bordo di una motocicletta, con indosso un giubbotto esplosivo.

L'attentato non è stato rivendicato.

Newspaper

Il Meglio del Web: Nel frattempo nel Donbass la guerra continua

Debalzevo
© Foto: di Eliseo Bertolasi
Esistono conflitti di serie A e di serie B, vittime di cui vale la pena parlare, morti di cui la stampa tace. Non sarà di certo la scoperta del secolo o una novità, ma una triste regola che si riconferma. Perché alcune guerre vengono dimenticate?

Oggi i media ne parlano, domani ci sarà un'altra storia, un'altra guerra da sbattere in prima pagina. Alcune guerre semplicemente "non fanno notizia" e le vittime di questi conflitti sembra non ci riguardino più. Tra i conflitti più ignorati dai media occidentali vi è senza dubbio la crisi nel sudest ucraino, che dallo scoppio della guerra nell'aprile 2014, ha provocato più di 8.000 vittime.

Nel frattempo nel Donbass la guerra continua. Sputnik Italia ha raggiunto il reporter Eliseo Bertolasi, che direttamente sul campo ha fatto il punto della situazione.

— Com'è la situazione nelle città del Donbass che hai visto?

Eliseo Bertolasi
© Foto: fornita da Eliseo BertolasiEliseo Bertolasi a Donetsk
A Donetsk, in centro, la vita sembra riprendere, certamente ancora in condizioni di guerra. Ogni notte si sentono in lontananza i boati dei bombardamenti, di notte vige ancora il coprifuoco. Fonti governative locali mi hanno riferito che solo a Donetsk, a causa dei bombardamenti, mediamente muoiono 4-5 persone al giorno. Lascio immaginare il bilancio complessivo delle vittime!

Sono poi stato a Debalzevo, a Gorlovka per seguire la distribuzione di aiuti umanitari. In queste città i bombardamenti sono stati violentissimi, non solo sono state colpite le abitazioni civili, ma anche le infrastrutture cittadine. La gente rimasta vive negli scantinati delle proprie case distrutte. Le condizioni di vita sono durissime: il freddo inizia a farsi sentire, usano stufe a legna, spesso manca l'acqua corrente, mancano prodotti alimentari, medicinali. In questi scantinati ho visto tanti bambini, e nonostante la distribuzioni di doni e vestitini pesanti, non ne ho visto uno con lo sguardo sereno, ma sempre con gli occhi immancabilmente adombrati dal terrore. Alcune mamme mi hanno persino riferito che i propri figli, quando sentono le esplosioni, riconoscono se si tratta di un tiro di mortaio, artiglieria o missili grad. Petr Poroshenko, il presidente degli ucraini, almeno in questo caso ha mantenuto la parola, quando un anno fa promise che i bambini del Donbass sarebbero vissuti nei sotterranei.

Da noi i bambini con i loro banali videogiochi a queste guerre ci giocano, qui bambini della stessa età, vittime innocenti di una guerra dimenticata, purtroppo,con la guerra ci convivono.

Bullseye

Terrorista dell'ISIS confessa di essere stato addestrato in Turchia

ISIS
La Turchia sta addestrando terroristi in Siria in una zona camuffata da un campo di addestramento per l'esercito siriano libero. Lo ha raccontato, a Sputnik, un jihadista di 20 anni, catturato dai curdi dello YPG, sottolineando come l'aiuto di Ankara alla cosiddetta "opposizione moderata" non è così innocente come l'occidente vuole far credere.

Catturato dal YPG, Unita Combattenti curde- Abdurrahman Abdulhadin, ex combattente dell'Isis dichiara di essere stato addestrato in Turchia prima di ricevere il suo primo incarico nello Stato islamico (IS, precedentemente ISIS / ISIL). "Fanno finta di essere nemici, tuttavia, sono amici,", ha proseguito Abdulhadi, il cui fratello, Til Berak, combatte ancora con l'Isis. Mentre i cittadini turchi costituiscono solo il "10 per cento" dei jihadisti che ha incontrato, il prigioniero sostiene che la Turchia sta attivamente addestrando i combattenti dello stato islamico. "Nel mese di agosto 2014, mi addestravo nella città turca di Adana con uno degli emiri dell'ISIL", ha spiegato Abdulhadi, aggiungendo che il suo mese di addestramento "è stato completato con 60 altri combattenti in un campo, non lontano dall'aeroporto". Ed ha proseguito: "Una volta alla settimana ci insegnavano a usare kalashnikov, mitragliatrici e altre armi. Siamo stati addestrati in Turchia perché il comando di ISIL ha pensato che fosse più sicuro qui che in Siria a causa dei bombardamenti."

Mentre il campo è stato ufficialmente dichiarato come uno dei centri di addestramento per il Free Syrian Army, il prigioniero catturato daYPG dice: "Il sessanta percento di quelli che erano lì erano membri dell'Isis: si trattava di cittadini siriani, molti dei quali sono arrivati in Turchia, alla ricerca di un lavoro inizialmente, ma in seguito hanno aderito a Daesh," ha spiegato. Dopo aver completato il suo addestramento, Abdulhadi è stato incaricato di scortare i siriani che volevano unirsi ai jihadisti. "Dopo aver finito l'addestramento, sono andato in uno dei quartieri della città turca di Adana. Il mio compito era quello di incontrare le reclute appena arrivate dalla Siria. Dopo l'addestramento li abbiamo inviati alla città turca di Urfa. Da lì le reclute sono stati trasferite attraverso il valico di frontiera. E da lì in seguito in tutta la Siria", ha concluso. Turchia, paese Nato che negozia l'ingresso nell'Unione Europea.

Fonte: RT