Maestri BurattinaiS


Eye 2

Turchia. E' notte fonda per la libertà di stampa

erdogan
© anonimo

Human Rights Watch ha definito quella in atto in Turchia: "Censura scandalosa". Parole dure che arrivano dopo che il quotidiano di opposizione Zaman è stato commissariato assetando così l'ennesimo colpo mortale a ogni forma di dissidenza nei confronti di Erdogan. Anche il Consiglio d'Europa ha espresso lamentele nei confronti di Erdogan, il cui governo appare sempre più fuori controllo.


Sempre più solo contro il mondo il governo di Ankara dopo l'ennesimo tentativo di intimorire e colpire ogni voce di dissidenza interna nei confronti di quello che si configura sempre più come un regime. Erdogan continua a tenere il Paese con il pugno di ferro e ormai da mesi va avanti la guerra contro i curdi del Pkk e dell'Ypg nel sud-est della Turchia e nel nord della Siria. Per non parlare dell'abbattimento dell'aereo russo a novembre che ha portato il paese sull'orlo della guerra e dei legami oscuri che l'esercito turco sembra intrattenere con alcuni movimenti di ribelli siriani, al punto da far tuonare Mosca che ha accusato Erdogan di appoggiare apertamente il Daesh.

L'ultima notizia parla del commissariamento del quotidiano dell'opposizione Zaman, ennesimo colpo mortale alla stampa di opposizione già colpita con il caso dei giornalisti di Cumhuriyet arrestati per aver pubblicato le presunte prove dei traffici del governo turco in armi con il confine siriano. Il Consiglio d'Europa ha commentato la notizia parlando apertamente di interferenze nelle libertà dei media mentre ancora più duramente Human Rights Watch ha definito una "censura scandalosa" la decisione di Ankara. Nonostante questo però nessun governo sembra mettere in discussione i rapporti con la Turchia, che è evidentemente un nostro alleato a tutti i costi. La polizia ha peraltro caricato e utilizzato lacrimogeni e idranti contro la folla che si era radunata all'esterno del quotidiano Zaman per protestare contro la decisione del tribunale di commissariare il giornale.

Subito dopo si è anche diffusa la notizia del licenziamento del direttore del giornale e di alcuni giornalisti ed è arrivata la conferma dell'oscuramento del sito web. La motivazione del commissariamento sarebbe stata quella del sostegno del quotidiano a una sorta di Stato parallelo" che farebbe capo all'ex alleato di Erdogan Fethullah Gulen, miliardario espatriato negli Usa che oggi è considerato il peggior nemico del governo di Ankara.

Newspaper

Giappone sospende i lavori di costruzione della nuova base americana di Okinawa

shinzo abe
© AFP 2016/ Kazuhiro Nogi

Il primo ministro nipponico, Shinzo Abe, ha confemato lo stop alla realizzazione del nuovo presidio Usa adeguandosi alla decisione di un tribunale locale che ne aveva blocatto i cantieri. Il premier conferma che l'opera andrà in ogni caso avanti nonostante le proteste e i dissensi dei comitati cittadini e della stessa prefettura dell'isola.


Shinzo Abe accoglie la proposta di tregua raggiungendo un accordo con la prefettura di Okinawa per lo stop ai lavori della nuova base americana. L'accordo arriva dopo la sentenza dell'Alta Corte di Fukuoka che aveva disposto la sospensione dei lavori e invitato le due parti a un accordo. Infatti il governo centrale e quello locale hanno alimentato negli ultimi mesi un contenzioso legale circa il ricollocamento della base areo-navale di Futenma (MCAS Futenma) da Ginowan nel centro di Okinawa a Henoko nel distretto di Nago nella parte più a sud della prefettura.
"Non c'è nessun passo indietro del Governo nella decisione di ricollocare la base a Henoko", ha dichiarato ai media locali Shinzo Abe che ha spiegato come il contenzioso che si è venuto a creare con la Prefettura potrebbe portare a una condizione di stallo tra le due parti.
Lo scorso ottobre il Governatore di Okinawa, Takeshi Onaga, aveva ordinato la revoca dell'autorizzazione concessa dal suo predecessore Hirokazu Nakaima al trasferimento dei marines nella baia di Henoko. Una decisione che aveva aperto una spirale di ricorsi e contro ricorsi con il governo di Tokyo.

Negli ultimi anni si sono susseguite numerose manifestazioni di protesta contro la presenza delle basi americani nella prefettura di Okinawa. Solo nell'arcipelago risiedono circa la metà delle 47.000 unità a stelle e strisce presenti nel paese del Sol Levante. I comitati cittadini del luogo hanno denunciato negli scorsi anni alcuni episodi di violenza perpetrati dai militari statunitensi nei confronti della popolazione femminile locale.

Magic Hat

Quando perdi la guerra, dai la colpa alla Russia

rifugiati

di Finian Cunningham


I politici occidentali, i media e il regime turco ne sono pieni. L'ultima ondata di profughi al confine turco-siriano sono, ci dicono, civili terrorizzati che fuggono dagli attacchi aerei russi. Nessun dubbio che i civili in questa guerra siano presi in mezzo, ma molti di quelli ritratti come rifugiati in fuga da Aleppo, città al nord della Siria, sono in realtà miliziani in ritirata, che si arrendono a causa del successo militare russo e siriano nella repressione della loro insurrezione.

Come al solito distorcendo la realtà, i media occidentali sono lo strumento di una classica operazione di guerra psicologica per il modo in cui raccontano l'ultima fase di quella che in effetti è una guerra di aggressione da parte di potenze straniere alla Siria. Incredibilmente, la Russia e l'Esercito Arabo Siriano sono dipinti come "i cattivi", e a sua volta questa narrativa viene usata per costruire il pretesto di una "responsabilità di proteggere" - la falsa copertura umanitaria per consentire un ingiustificato intervento straniero.

Quest'intervento potrà avere la forma o di un'invasione militare del territorio siriano condotta dagli USA; o la forma di pressioni politiche e legali su Russia e Siria affinché interrompano la loro altresì molto efficace offensiva contro formazioni armate illegali.

Si deve sottolineare che questi gruppi, che possono essere obiettivamente definiti come "terroristi", hanno provato a rovesciare il governo eletto siriano per conto di potenze straniere, tra cui USA, Gran Bretagna, Francia, e i regimi loro clienti nella regione, Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel è stata in Turchia questa settimana, e lì ha detto alla stampa di essere "inorridita dalla crisi umanitaria provocata principalmente dagli attacchi aerei russi" nei dintorni della città di Aleppo, nella Siria del nord. La Merkel ha detto che lei e il Primo Ministro Turco Ahmet Davutoglu avrebbero urgentemente fatto pressioni per una "soluzione diplomatica" per fermare l'offensiva militare russo-siriana. La leader tedesca ha citato erroneamente la risoluzione 2554 delle Nazioni Unite formulata a dicembre come espressione del suo pensiero. La risoluzione in effetti dà come mandato prioritario la sconfitta dei gruppi terroristici, che è proprio ciò per cui si stanno adoperando l'esercito siriano e la Russia.

Nel frattempo, Voice of America, l'agenzia di stampa del governo USA, riferisce la situazione nella Siria del nord come segue:
"La travolgente offensiva sostenuta dai Russi da parte dell'esercito del Presidente Bashar al-Assad e dei foreign fighters provenienti da Iran, Libano e Afghanistan sta causando una crisi umanitaria, costringendo migliaia di civili a fuggire verso il confine turco, secondo quanto dicono attivisti politici e i comandanti ribelli."
Se leggete l'articolo di VOA, viene fuori che i suoi "attivisti politici e comandanti militari" sono integrati con la milizia radicale jihadista, collegata ad al-Qaeda. Difficile che siano fonti affidabili. Altre agenzie di stampa occidentali hanno fatto un quadro degli eventi in termini simili, indicando la Russia come una potenza malvagia che infligge sofferenze ai civili siriani e che "causa una crisi umanitaria".

Questa narrativa sta contribuendo alla costruzione di un "imperativo morale" finalizzato a giustificare una coalizione militare a guida USA che metta gli scarponi sul terreno. La scorsa settimana, è stato riferito che le forze armate turche e saudite fossero pronte a mandare truppe di terra in Siria, apparentemente per combattere gli estremisti islamici. Il Segretario della Difesa USA Ashton Carter si dovrà incontrare a Bruxelles con membri della coalizione nel corso della settimana, per discutere i piani per un intervento di terra in Siria. Non è difficile immaginare come la presunta crisi umanitaria al confine turco-siriano possa essere invocata come pretesto aggiuntivo per la "responsabilità di proteggere".

Non si è ancora spenta l'eco dell'intervento NATO in Libia nel 2011, che portò all'assassinio di Muammar Gheddafi, al rovesciamento del regime, e che condusse il paese ad essere devastato da reti terroristiche dello stesso genere di al-Qaeda. In Siria ciò è amaramente ironico, visto il ruolo sistematico che gli USA e si suoi alleati della NATO nella regione hanno giocato da marzo 2011 nell'infiltrazione e destabilizzazione di un paese un tempo pacifico, con mercenari e armi per realizzare il loro piano illecito di sovversione contro Assad e il suo governo.

Question

C'è ancora chi si illude che l'Onu sia al servizio della pace e della sicurezza?

gaza guerra scuola
Fin dalle elementari a scuola abbiamo imparato a conoscere la Carta delle Nazioni Unite e i diritti contemplati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Carta bandisce l'uso della forza in violazione della sovranità degli Stati, mentre la Dichiarazione garantisce i diritti degli individui contro gli Stati che li opprimono.

Qualche maestro solerte, nella speranza di non rivivere più gli orrori della guerra, avrà forse fatto imparare a memoria agli alunni i diritti contemplati nella Dichiarazione e i principi che l'Organizzazione delle Nazioni Unite si prefiggeva, quali mantenere la pace e la sicurezza internazionale, promuovere la soluzione di controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace.

I 51 Stati presenti nella prima Assemblea generale a Londra, il 10 gennaio 1946, erano davvero convinti che l'Onu avrebbe rispettato i principi e gli scopi prefissati, onorando i diritti umani? Quegli alunni ingenui, che conoscevano a memoria alcuni principi, di sicuro si illudevano e credevano nello spirito umanitario che permeava l'organizzazione. Oggi sono diventati 193 i membri dell'Onu, più altri due soggetti, la Città del Vaticano e la Palestina, presenti con lo status di Osservatori Permanenti, ma oggi è anche svanita l'illusione che l'Onu sia al servizio della pace e della sicurezza, se dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi ci sono stati circa 275 conflitti armati in più di 160 sedi in tutto il mondo.

Certo anche il Patto Briand-Kellog, del 1928 (noto come il Trattato generale sulla rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale) che dichiarava illegale la guerra, era stato aggirato tranquillamente con un espediente, entrato poi a far parte della sostanza della Carta dell'Onu: gli "interventi umanitari". Oggi sappiamo a che cosa portarono quegli interventi umanitari, i maggiori dei quali furono l'aggressione giapponese contro la Manciuria, l'invasione dell'Etiopia per ordine di Mussolini e l'occupazione di alcune zone della Cecoslovacchia da parte delle truppe di Hitler.

War Whore

Ormai è ufficiale! I neocon tifano per la vittoria di Hillary

Hillary Clinton

Piccole Note
«Quando la peste discese su Tebe, Edipo mandò il suo cognato dall'oracolo di Delfi per scoprirne la causa. Si accorse appena che il crimine per il quale Tebe veniva punita era il suo. Il Partito Repubblicano di oggi è il nostro Edipo. Una piaga è scesa sul partito sotto forma del successo del maggior demagogo-ciarlatano nella storia della politica degli Stati Uniti [Donald Trump ndr.]. Il partito cerca disperatamente la causa e il rimedio senza rendersi conto che, come Edipo, è il partito stesso che ha prodotto questa piaga. i crimini politici del partito sono stati puniti con una sorta di giustizia cosmica, come accade nella tragedia greca».
Questo l'inizio di un articolo di Paul Kagan pubblicato sul Washington Post il 25 febbraio che mette in luce il conflitto tra il candidato repubblicano ad oggi più accreditato nella corsa verso la Casa Bianca e l'apparato del Great Old Party, che stato travolto da questo mostro, (lo definisce «Frankenstein») che ha esso stesso evocato con i suoi tragici errori.

«Cosa fare ora?» Si chiede Kagan nella conclusione del suo articolo. «La creazione dei repubblicani sarà presto lasciata libera sulla terra, lasciando ad altri il lavoro che il partito non è riuscito a svolgere. Per questo ex repubblicano, e forse per gli altri, l'unica scelta sarà quella di votare per Hillary Clinton. Il partito non può essere salvato, ma il paese ancora sì».

Nota a margine. L'endorsement di Paul Kagan verso Hillary Clinton è molto significativo. Paul Kagan in questi anni si è accreditato come voce ufficiale dei neoconservatori americani, quella pattuglia di politici che, partiti dalla sinistra sono confluiti nel partito repubblicano con l'idea di prenderne le redini per realizzare una rivoluzione conservatrice nel Paese e nel mondo.

Un'idea che si è realizzata nel decennio bellico di George W. Bush, nel quale i neocon hanno gestito di fatto l'amministrazione (debole il contrasto interno), immaginando un nuovo approccio degli Stati Uniti verso il mondo secondo il modello condensato nel New American Century, il progetto per un nuovo secolo americano, dottrina elaborata per accrescere l'egemonia mondiale degli Stati Uniti d'America.

Non ci sarebbe nulla di male nel progettare linee guida utili alla prosperità della propria nazione, se non fosse che corollario necessario di tale dottrina, come è stato evidente nel decennio bellico post 11 settembre, è la guerra permanente (o guerra infinita in termini esoterici), strumento indispensabile con il quale realizzare tale egemonia. Paul Kagan, nel suo endorsement verso la Clinton, non parla per sé.

Presidenziali Usa un po' inquietanti a giudicare dai due candidati ad oggi più accreditati. Non si sa bene cosa augurarsi, non resta che la speranza di un qualche imprevisto, durante o dopo questa strana campagna elettorale.


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Piccole Note

Alarm Clock

Le basi americane in Italia? Crescono

base militare americana in italia
Stavolta non ci saranno cortei, né festival che prenderanno il nome, ormai noto in tutta Italia, di "No Dal Molin". Erano altri anni, il 2006, 2007 e 2008, durante i quali i cittadini si movimentavano, urlavano, parlavano, scrivevano il loro dissenso. Il "No Dal Molin" era (in teoria esisterebbe ancora, un po' come il No Muos) un movimento composto da cittadini e di associazioni contrari alla realizzazione della nuova base dell'esercito statunitense dentro l'aeroporto Dal Molin di Vicenza che consoliderebbe gli altri insediamenti statunitensi già presenti sul territorio vicentino, come la Caserma Ederle e la base Site Pluto di Longare. Vogliamo ricordare questo movimento ad exemplum, in quanto siamo sicuri che la notizia che stiamo per dare non susciterà reazioni di alcun tipo da parte di chi un tempo si animava per la stessa causa.

Il Pentagono, negli ultimi 8 anni, ha finanziato un boom edilizio all'interno della Caserma Ederle per un importo pari ad almeno 100 milioni di euro. La Base americana Ederle (è giusto rammentare che Carlo Ederle non ha nulla di americano, ma è stato un militare italiano pluridecorato caduto a Zenson di Piave nel 1917 durante la Grande Guerra, e quindi Medaglia d'Oro al Valor Militare alla Memoria) vedrà sorgere un palazzo di 8500 metri quadrati di 4 piani, atto ad ospitare i militari. Ad aggiudicarsi la mega commessa da 17,6 milioni di euro è stata l'Impresa di costruzioni Giuseppe Maltauro. Il progetto prevede 115 stanze, 720 giorni per realizzare l'opera dalla data di aggiudicazione che era il 19 febbraio, tanto comfort, con particolare attenzione all'impatto ambientale e alla sicurezza.

La Difesa americana ha stanziato così, per l'Italia, quasi 18 milioni di euro, su un importo a base d'asta compreso tra 10 e 25 milioni di dollari. La ditta (italiana) si impegna a fornire, chiavi in mano nel febbraio 2018, parte degli arredi.

Nella Caserma Ederle sono già presenti l'arena dei divertimenti, con la maxi pista dotata di 16 linee, videogames, fast - food e postazioni internet. Poi a Camp Ederle recentemente sono sorte una clinica medica e la foresteria "Ederle Inn", costate un importo pari a 65,6 milioni di dollari. E non basta: le forze armate americane in quel territorio dispongono di fitness center, piscina hi - tech con copertura vetrata in parte ritraibile. Servizi di cui non dispongono nemmeno gli italiani stessi, e che invece le truppe usa utilizzano quotidianamente in casa nostra.

Ora c'è solamente da chiedersi come ci si possa meravigliare se la base di Sigonella venga espressamente usata dagli americani come pista per la Libia, quando gli stessi stanziano milioni di dollari per rimanere nel nostro territorio. E ovviamente utilizzarlo come base di partenza per le loro "missioni umanitarie". Se non fosse chiaro, da questo territorio, strategicamente, non è previsto alcun abbandono. Al contrario, una continua implementazione per essere pronti alle nuove aggressioni verso est. Peccato solamente che i girotondini "anti-Usa" siano andati in pensione.

Bullseye

I media occidentali hanno accettato il ruolo di propagandisti e non cercano la verità. Paul Craig Roberts

western media

"l governi vogliono tenerci impotenti e disinformati"


La maggior parte degli americani "che è in grado di pensare" ha rinunciato ai mass-media, sostiene il politologo ed economista americano Paul Craig Roberts in un articolo pubblicato sul suo sito web ufficiale.

Per Roberts, una caratteristica di uno stato totalitario o autoritario sono i "media che non si sentono responsabili di indagare e trovare la verità, accettando, invece, il ruolo di propagandisti" e in questo senso, dice, "tutta la stampa occidentale è stata in 'modalità di propaganda' per molto tempo."

"Negli Stati Uniti, la trasformazione dei giornalisti in propagandisti si è conclusa con la concentrazione di vari media e media indipendenti in sei mega-società che non svolgono più il compito di giornalisti", critica l'esperto che aggiunge che, di conseguenza, le persone intelligenti fanno sempre più affidamento su "media alternativi che fanno domande, organizzano fatti e analisi piuttosto che offrire una storia ufficiale incredibile".

I media mainstream "hanno perso la loro credibilità per aiutare Washington a mentire" sostiene l'autore citando come esempi le "armi di distruzione di massa di Saddam Hussein", "le armi nucleari iraniane", "l'uso di armi chimiche da parte di Assad" o "l'invasione russa dell'Ucraina", tra gli altri.

"Nonostante le evidenti incongruenze, contraddizioni e falle di sicurezza che sembrano troppo improbabili per essere credibili, i media mainstream non domandano e non indagano mai. Presentano come fatti quello che dicono le autorità", si lamenta l'analista, chi afferma di essere "sconvolto" per il fatto che i media "non hanno interesse a verificare i fatti" e invece etichettano come "complottisti" coloro che sollevano domande scomode.

Così, il politologo ricorda che quando 2.300 architetti e ingegneri hanno scritto al Congresso per chiedere una vera indagine sull'11 settembre, li hanno liquidati come "teorici della cospirazione" invece di trattare l'appello con il rispetto che meritava.

"Il governo vuole tenerci impotenti e disinformati", si lamenta l'esperto.

"I giornalisti tradizionali non possono mettere in discussione e indagare e mantenere i loro posti di lavoro. Gli scienziati non possono parlare e continuare a ricevere i fondi".

Heart - Black

La vergogna di Calais è il fallimento dell'Europa

filo spinato
© it.wikipedia.org

A Calais in Francia sono cominciate le operazioni di sgombero del campo soprannominato "la giungla". La polizia ha cominciato a smantellare le tende dell'accampamento e le immagini dei migranti disperati hanno fatto il giro del mondo. E mentre al confine tra Grecia e Macedonia e i migranti si accalcano ai cancelli per tentare di passare, l'Europa assiste inerte al suo fallimento.


L'Unione Europea a detta dei suoi politici si ritiene portatrice di una sorta di superiorità morale nei confronti del resto del mondo. Eppure osservando come si stanno comportando i paesi europei di fronte alla crisi dei migranti mette perlomeno in crisi questa pretesa, mostrando come in tempi di crisi siano sempre e comunque gli egoismi a prevalere sulle belle parole. Osservando le operazioni di sgombero del campo di Calais, tristemente noto come "la Giungla", si ha l'impressione anche visiva del fallimento di un progetto, quello dell'Unione Europea, che sta finendo anche e soprattutto a causa dell'egoismo di alcuni governi componenti che non sono disposti a fare alcuno sforzo in più forse per evitare di perdere il consenso elettorale.

La vita delle persone e dei migranti rimane sullo sfondo, con i politicanti europei che credono evidentemente di avere la coscienza pulita quando invece appoggiando la guerra in Libia e la destabilizzazione della Siria centrano eccome. Sarebbe persino eccessivo ricordare ancora una volta il retaggio del colonialismo, ma in fede possiamo dire che l'Occidente si sia liberato di questo scheletro nell'armadio? Non lo ha fatto. Anzi, guardando la storia recente i paesi europei, vedi la Francia, continuano a pensare in qualche modo di avere dei diritti sulle loro ex colonie.

L'Occidente continua ad avere la certezza di una superiorità morale che lo porta a ergersi a giudice del Terzo Mondo, andando a ingerire laddove lo ritenga opportuno per perseguire i propri obiettivi. E se questi interventi provocano sofferenze alla popolazione civile che tenta di fuggire, ecco che si risponde creando una guerra tra poveri che mette in competizione i proletari europei con i profughi, innestando così processi identitari e nazionalisti che fanno regredire verso le barbarie della lotta di civiltà. Ma civiltà non può essere quella della Giungla di Calais o quella del confine tra Macedonia e Grecia dove tra i lacrimogeni e le cariche della polizia muore, anche plasticamente, l'idea stessa d'Europa.

Stormtrooper

Espansione Nato in Medio Oriente, rafforzata la partnership col Kuwait

Stoltenberg
© AP Photo/ Virginia Mayo

Strutturare, rafforzare e potenziare la presenza dell'Alleanza Atlantica nelle aree di crisi dell'Asia sud-occidentale per poter agire in tutto lo scenario mediorientale con maggiore rapidità e preparazione. Questi, in estrema sintesi, gli obiettivi primari della visita istituzionale di Jens Stoltengerg (segretario generale della Nato) in Kuwait.


La visita del massimo rappresentante dell'alleanza militare transnazionale che unisce 28 paesi è avvenuta all'interno del programma Ici (Istanbul Cooperation Initiative, ovvero iniziativa di cooperazione di Istanbul), coordinamento nato per promuovere la collaborazione tra i paesi del Patto atlantico e le nazioni del Golfo (ovvero Baharain, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Qatar e lo stesso Kuwait). Una delle finalità della partnership ancora in corso di formazione, è quella di rendere la presenza del personale militare dell'Alleanza in tali realtà più "semplice", permettendo ad esempio, il transito di mezzi, uomini e strutture più immediato all'interno di questi paesi.
"Il centro regionale Nato-Ici, che avrà sede proprio in Kuwait — si legge in una nota dell'Alleanza —, si occuperà di numerose attività: dall'analisi strategica, alla pianificazione degli interventi umanitari, passando per la cooperazione militare e diplomatica".
Durante la visita il segretario Stoltenberg ha sottolineato quanto la sicurezza dell'area del Golfo sia direttamente legata a quella dei paesi che compongono la Nato.
"In un mondo così pericoloso — ha affermato il segretario generale —, sia la Nato che il Kwuait condividono il medesimo obiettivo: salvaguardare la pace e rispondere alle emergenze umanitarie come quella in Siria. Per questo motivo è importante che, anche negli anni a venire, la cooperazione diventi sempre più stretta".
Il segretario Stoltenberg ha poi siglato un accordo con Khaled Al-Sabah, ministro degli Esteri del Kuwait, per permettere il transito di personale e attrezzature Nato attraverso il paese.

Flashlight

In Bulgaria si vende carburante del Daesh

battello petrolio
© Sputnik. Kirill Yasko

Le informazioni relative al contrabbando di carburante realizzato dal Daesh sul territorio della Bulgaria, Sofia le ha ricevute dai servizi speciali russi e americani, che hanno avuto la prova dalle foto satellitari.
Lo hanno reso noto i media locali.

Carburante prodotto dal Daesh prende il mare per la Bulgaria e viene venduto nei distributori locali, scrive il quotidiano locale Trud, citando una fonte del servizio daganale.
Le informazioni relative al contrabbando, la Bulgaria che hanno messo a disposizione di Sofia le relative foto satellitari. Grazie a questi fotogrammi, le autorità del paese sono riusciti a scoprire lo schema della fornitura illegale di diesel e benzina nei porti delle città bulgare di Varna e Burgas — evidenzia la pubblicazione.
In base alla documentazione, il carburante rappresenta una parte delle forniture in UE e, secondo il Trud, arriva dal deposito situato in Grecia. Il quotidiano nota che secondo i dati del sistema elettronico del controllo del traffico marittimo, le navi cisterna con il carburante si sono fermate in sette porti turchi nel Mar Nero e nel Mediterraneo prima di fare scalo nei porti di Grecia e Bulgaria. La pubblicazione rileva che proprio durante queste fermate è stato caricato il combustibile dal Daesh.

Grazie alle informazioni ricevute, i servizi di sicurezza del paese hanno iniziato controlli massicci alle stazioni di servizio nella zona della capitale, così come in altre 15 aree in Bulgaria — indica la pubblicazione. Le forze dell'ordine hanno confermato al giornale che l'osservazione viene eseguita su più di 50 oggetti, ma informazioni sulle possibili forniture di combustibile prodotto dal Daesh, non sono state ancora confermate ufficialmente.
Secondo le informazioni fornite dalla fonte del giornale, i prodotti petroliferi di contrabbando hanno una relativamente bassa qualità in base agli standard adottati nell'UE, del 20-40% per la benzina e del 35-70% per il gasolio. Questi indici confermano che un combustibile di questa qualità non può essere consegnato da un deposito in Grecia.