Figli della SocietàS


Eye 2

Migranti, Alfano: Sì all'uso della forza impronte digitali

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© AFP 2016/ Andreas Solaro

Il ministero degli Interni italiano studia nuove norme per consentire la schedatura dei migranti.


Il governo italiano sarebbe pronto a presentare un nuovo pacchetto di norme che prevede una stretta nei controlli per l'identificazione dei migranti negli hot spot italiani. A confermarlo ieri è stato lo stesso ministro italiano degli Interni, che ha parlato alla stampa dopo un incontro con i sindacati del Dipartimento di pubblica sicurezza, per informarli della nuova normativa.
"Sto lavorando ad un provvedimento — ha detto Angelino Alfano — per risolvere alcune difficoltà. Un'ipotesi articolata — l'ha definita il ministro — che riguarda diversi aspetti, compreso quello dell'uso della forza nei confronti di coloro — ha specificato — che si rifiutano di sottoporsi al fotosegnalamento che è obbligatorio nel nostro ordinamento ed in quello europeo".
I sindacati dei servizi di sicurezza usciti dall'incontro hanno fatto sapere di attendere il testo della nuova normativa prima di esprimere un giudizio.
"Auspico — ha detto uno di loro al quotidiano italiano La Stampache sia scritta nel pieno rispetto dei diritti umani ed in modo chiaro e attuabile".

Eiffel Tower

Parigi s'è desta? Problemi economici strutturali, loi travail e subalternità.

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Le proteste di questi giorni in Francia hanno fatto riemergere tutti i problemi e le contraddizioni di questo Paese che sognava un ruolo di leadership, provando, col progetto di Unione Europea e della moneta unica, di contenere lo strapotere della Germania riunificata. Tuttavia la realtà ha imposto alla Francia un ruolo di totale subalternità.


L'Unione politica europea è storicamente stata sospinta dalla volontà e dalla visione di lungo periodo della Francia. L'Europa come federazione nasce dalla Rivoluzione e da Napoleone, dalla ragione e dall'esempio di un popolo. Schuman e il gradualismo di Monnet sono stati importantissimi contributi pratici e teorici all'implementazione di una formazione sociale che superasse i singoli stati europei in uno spirito di collaborazione. Da qualche tempo la spinta propulsiva al progetto europeo della Francia sembra essere terminata. Una potenza che appare impaurita e politicamente incapace di reagire, che all'interno delle istituzioni europee non ha più il peso e l'autorevolezza di un tempo, e sullo scacchiere internazionale tenta di mantenere una posizione di prestigio attraverso un protagonismo spesso esagerato che la spinge in avventati interventi militari: Costa d'Avorio, Libia, e da ultimo la Siria per fare solo alcuni esempi.

I principali motivi della perdita di leadership europea della Francia sono ovviamente allo stesso tempo politici ed economici. A partire da Maastricht, progetto favorito dalla Francia di Mitterrand per contenere lo strapotere di una Germania appena riunificata, gli eventi sono cominciati a sfuggire al controllo delle classi dirigenti francesi. Già l'idea di controllare la Germania attraverso l'unione monetaria e l'istituzione di un'unica Banca centrale dell'eurozona, era piuttosto opinabile. Come è stato ampiamente dimostrato in questi anni in seno al board della BCE i paesi dell'ex area del marco hanno presto creato un blocco politicamente stabile e sufficientemente forte da dettare la linea (anche in fasi di crisi; anche se a capo dell'istituzione indipendente si trova un mediterraneo come Draghi). E la Germania (insieme ai paesi dell'area del marco) da controllato presto si è trasformato in controllore.

Dominoes

Express: Politici Danesi Chiedono Referendum per Uscita da UE, con Euroscetticismo in Crescita

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L'Express dà voce al Movimento danese per il "no" all'UE, che sta chiedendo di indire un referendum sulla permanenza nell'Unione sullo stampo di quello britannico. Anche se non ancora maggioranza, la percentuale di popolazione danese che secondo i sondaggi è favorevole all'uscita, è cresciuta in modo importante.



di Lizzie Stromme, 14 marzo 2016


Un dato al 33 percento rappresenta un importante cambiamento, che indica una crescente ostilità verso l'Unione Europea, se si fa il confronto con il 25 percento di coloro che volevano uscire nel 2013.

La richiesta di indipendenza dai burocrati europei viene dal Movimento Popolare Contro l'UE, che preme sul governo affinché si tenga un referendum nel paese.

La piattaforma del movimento, politicamente trasversale, sostiene che dopo 40 anni di appartenenza al blocco dei 28 paesi, è tempo di dare alla nuova generazione di danesi la possibilità di esprimere un voto.

Il movimento ha dunque lanciato una petizione per costringere il governo a discutere la questione. L'eurodeputata Rina Ronja Kari, iscritta al movimento, ha detto: "Se fate il confronto tra l'Europa di oggi e quella a cui i danesi aderirono 40 anni fa, c'è stato un drastico cambiamento. Siamo passati da un'unione per la cooperazione commerciale a una Unione Europea che interferisce in quasi qualsiasi aspetto della nostra società. Pensiamo quindi che sia giusto chiedersi: 'è davvero questo ciò che volevamo? o vogliamo piuttosto lasciare l'Unione Europea?'".

L'ultimo sondaggio mostra che quelli che manifestano una volontà di rimanere sono al 56 percento, con l'11 percento di indecisi; c'è dunque ancora una maggioranza, risicata, che intende restare. Ma il professor Kasper Møller Hansen dice: "Per quanto ci sia ancora una maggioranza favorevole alla permanenza nell'UE, la voce degli euroscettici ha il vento in poppa".

Il movimento, che ha visto il suo sostegno crescere dello 0,9 percento nelle scorse elezioni per il Parlamento Europeo del maggio 2014, ha guadagnato oltre 1.200 nuovi membri e questo fine settimana terrà il suo più importante congresso di partito da 20 anni a questa parte.

Il movimento ha anche visto crescere i propri consensi dopo che lo scorso dicembre è riuscito a far prevalere il "no" in un referendum sull'abolizione delle speciali riserve legali verso l'Unione Europea.

Stock Down

L'Europa affoga insieme ai migranti

wall flag

L'accordo con la Turchia esemplifica il vero e proprio mercanteggiamento di vite umane fatto a Bruxelles, con l'illusione di "salvare Schengen" e ripristinare il suo completo funzionamento entro fine anno.


L'Europa non ha futuro. Almeno a giudicare dalle conclusioni dell'incontro che si è svolto tra i 28 capi di governo europei e il loro collega turco. Quello che qualche tempo fa Etiènne Balibar ha efficacemente definito il "fronte transnazionale del rifiuto dei rifugiati di cui i gruppi apertamente razzisti e violenti sono solo la punta estrema" sta esondando.

Vince condizionando le scelte politiche europee, ma anche conquistando un consenso crescente nell'opinione pubblica, sapientemente manipolata, a seconda dei momenti, a forza di annunci allarmistici, slanci di solidarietà pietistica ed emotiva e cinici bilanci sull'insostenibilità dei flussi migratori attuali.

Dalle comode e soffici poltrone degli uffici comunitari di Bruxelles è evidentemente impossibile mettersi nei panni delle migliaia di persone che sono bloccate al confine turco-siriano o alla frontiera greco-macedone, delle loro sofferenze e del loro legittimo diritto a immaginare un futuro diverso da quello che le aspetta sotto le bombe. In Siria, in Iraq, in Afganistan come in Libia.

Se le richieste turche di ieri saranno esaudite, nel prossimo vertice del 18 e 19 marzo, 6 miliardi di euro saranno messi a disposizione della Turchia, con l'obiettivo di fermare le migrazioni economiche in Europa trasformandola in un gendarme delle frontiere esterne, ma anche di promuovere uno scambio indecente tra i profughi siriani giunti in Grecia e quelli che si trovano in territorio turco.

Quella stessa Europa che è riuscita a realizzare circa 660 ricollocazioni sulle 160 mila previste vorrebbe varare un "programma volontario credibile di ammissione umanitaria con la Turchia".

Arrow Down

Draghi spara le ultime cartucce, non per l'Italia

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In un'Europa che cola a picco, bloccata dalle ottuse regole dettate dall'egoismo di Berlino, Draghi è costretto a sparare le ultime cartucce; in Italia, dove a dettar legge sono lobby e potentati e i tagli degli sprechi sono una barzelletta, si arriva a festeggiare per una disoccupazione che sfiora il 12% e quella giovanile sopra il 40%.

Dinanzi a una situazione disastrosa, la Bce ha attivato tutti gli strumenti (pochi) che il suo statuto di Banca Centrale dimezzata le permette, inventandone pure di nuovi: tagli ai tassi d'interesse, ormai talmente bassi d'essere in molti casi divenuti negativi; acquisti massicci di titoli di Stato estesi in futuro anche alle imprese (portati da 60 a 80 Mld al mese); finanziamenti convenientissimi per le banche perché prestino soldi all'economia. Ha messo in campo tutti gli strumenti monetari possibili per dare ossigeno a privati e imprese, malgrado le ire tedesche (per il presidente della potentissima Confederazione del Commercio Estero, Boerner, si tratta di "una catastrofe", e le Sparkasse, le banche locali, hanno definito le misure come "una dose di veleno").

Il fatto è che malgrado Draghi abbia lanciato un finanziamento alle banche (il Tltro II) al tasso negativo dello 0,40%, ossia che pagherà loro lo 0,40% se presteranno quei soldi a famiglie e imprese, in Italia sarà difficile che questo avvenga con Istituti di Credito schiacciati da oltre 300 Mld di sofferenze e incagli (una montagna di crediti difficilmente esigibili, figli della crisi, che difficilmente torneranno indietro). E viste le regole attuali, approvate con stupefacente superficialità (vedi ancora l'Italia) e ottusa cocciutaggine che guarda solo al proprio immediato tornaconto (vedi Germania), ben pochi di quei soldi scenderanno fino all'economia reale.

D'altronde Draghi l'ha detto chiaro: la Bce può agire fino a un certo punto, il resto (che è il più) sta ai Governi farlo. E qui vengono i dolori.
L'Italia è il Paese più d'ogni altro paralizzato da un reticolo di potentati piccoli e grandi, che rendono intoccabili la selva di privilegi contrabbandati per diritti acquisiti. Di qui la barzelletta della "spending review" sempre annunciata a mai realizzata; di qui i tagli sempre e solo sulla carne del Paese (che nessuno difende) e mai sugli sprechi (difesi con le unghie da chi ci ingrassa); di qui la spaventosa corruzione di cui i 4 Mld scoperti dalla GdF nel 2015 sono solo la punta di un iceberg colossale.

In una simile situazione ci sarebbe da ridere, se non fosse tragico, veder festeggiare una disoccupazione che sfiora il 12% con quella giovanile sopra il 40%, come certificato dall'Istat alla fine del 2015. Ma si sa, l'Italia non è un Paese normale.

Bomb

Attacco terroristico in Costa d'Avorio

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Domenica un gruppo di terroristi ha attaccato tre alberghi a Grand-Bassam, una località balneare della Costa d'Avorio; secondo le prime ricostruzioni, un commando arrivato dal mare, formato da una decina di elementi armati di kalashnikov e granate, è sbarcato iniziando a sparare sui turisti.


Il presidente ivoriano Alassane Qattara, recatosi sui luoghi, ha rilasciato una dichiarazione alla stampa in cui traccia un primo bilancio annunciando la morte di 14 civili, 2 soldati e 6 terroristi. Nella strage è deceduto un cittadino francese, a renderlo noto è stato lo stesso presidente francese Hollande.

Grand-Bassam è una località turistica a circa 40 km da Abidjan frequentata da occidentali; la zona è adesso presidiata da militari ivoriani e da Forze Speciali francesi subito intervenute, che stanno rastrellando la zona in cerca dei terroristi superstiti e di eventuali complici. La Farnesina sta verificando l'eventuale presenza di italiani fra le vittime o i feriti.

L'attentato sarebbe stato rivendicato da Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) come quelli recenti in Mali e Burkina Faso. Occorre tuttavia ricordare che dietro questa sigla ormai si muovono essenzialmente interessi criminali, disturbati dalla sempre più intensa attività francese nel Sahel e ora in Libia.
La Francia mantiene stretti rapporti con la Costa d'Avorio, dove mantiene un contingente militare.

Che Guevara

12 marzo, il movimento antiguerra rinasce dal basso?

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"Fuori l'Italia dalla guerra e dalla Nato. No all'inutile intervento in Libia. Roma contro la guerra
": questo lo striscione che apriva il corteo romano del 12 marzo, una delle 35 iniziative svoltesi in tutta Italia nella stessa giornata.


Altri video sul sito 12marzocontrolaguerra.wordpress.com che ha pubblicato tutti gli appuntamenti.

Il 12 marzo ha voluto essere una contestazione preventiva della ventilata nuova avventura militare in Libia che dovrebbe "fermare lo Stato islamico". A cinque anni dall'intervento aereo contro la Libia, uno striscione di Rete No War ricordava "La guerra della Nato nel 2011 ha regalato la Libia a Daesh/Isis e altri terroristi"; e un altro spiegava che, invece di un altro assurdo intervento armato, quel che va fatto è "stanare i padrini di Daesh, in Turchia e nei paesi del Golfo"; i nostri alleati infatti continuano a favorire il terrorismo. E non si fa.

Quenelle

Francia, Sophie Marceau: No alla Legione d'onore

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© AP Photo/
Plateale gesto dell'attrice francese, che rifiuta l'onorificenza in segno di protesta, dopo la consegna del medesimo riconoscimento al principe saudita Mohammed ben Nayef.

Clamorosa decisione dell'attrice francese Sophie Marceau, che ha annunciato ieri sul proprio profilo Twitter di volere rifiutare la Legione d'onore, la più alta onorificenza francese. La decisione, sottolineata in modo inequivocabile dal testo del messaggio postato dall'attrice:
"Ecco perchè ho rifiutato la Legione d'onore", con un link alla notizia del conferimento della stessa onorificenza al principe e primo ministro saudita Mohammed ben Nayaf, dal titolo altrettanto inequivocabile: "Legione d'onore e decapitazioni".
Divenuta celebre a livello globale con l'interpretazione di Vic, la giovane ragazza protagonista del film "Il tempo delle mele", la Marceau si unisce con questo gesto inedito al fronte di intellettuali e politici, non solo francesi, che criticano la decisione del presidente Francois Hollande di decorare il principe erede saudita, reggente di uno Stato in cui la pena capitale viene applicata con preoccupante disinvoltura.

Attention

Due italiani uccisi in Zimbabwe

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© YouTube/African Bush Camps

Padre e figlio uccisi in una riserva di caccia da guardiani del parco che li hanno presumibilmente scambiati per bracconieri.


Sono ancora confuse e frammentarie le notizie provenienti dallo Zimbabwe, dove due cittadini italiani sono stati uccisi ieri dai guardiani di una riserva di caccia a Mana Pools dove, secondo quanto riferito dai media italiani, stavano compiendo un'operazione anti bracconaggio. Le autorità del parco, per una tragica ironia della sorte, li avrebbero scambiati per cacciatori di frodo.

La Farnesina, informata nella tarda serata di domenica dei fatti, ha attivato i contatti con l'ambasciatore italiano Enrico de Agostini, che secondo quanto riportato dalla stampa italiana conoscerebbe personalmente le vittime, Claudio Chiarelli, 66 anni, ed il figlio 29enne Massimiliano.

La figura di Chiarelli, amante dei safari e della caccia, era già balzata agli onori delle cronache in Zimbabwe negli anni novanta, quando aveva personalmente acquistato dei terreni per realizzare una riserva naturale a protezione delle specie faunistiche presenti nel Paese. Minacciato, come da lui stesso raccontato, da commandos armati che spingevano all'epoca i proprietari terrieri stranieri ad abbandonare le proprietà, Chiarelli fu alcuni anni dopo testimone di un altro sfortunatissimo episodio, durante una battuta di caccia nel 2006, in cui fu testimone della morte di un suo amico, rimasto vittima di un attacco da parte di alcuni elefanti.

Vader

Il Meglio del Web: Una cultura della crudeltà: l'era del neoliberalismo autoritario

criminal record

Henry Giroux, lo studioso americano padre della pedagogia critica, fa un quadro drammatico, completo e coerente sulla crudeltà e la violenza della società americana (di cui non possiamo non notare l'ombra cupa che si estende in Europa), toccando molteplici aspetti, dal violento attacco allo stato sociale, ai sindacati, all'università, ai lavoratori, agli studenti, e ai giovani in generale. Nella parte finale una proposta di azione per un cambiamento che è innanzitutto culturale, in chiave pedagogica e formativa.
Da Counterpunch.


di Henry Giroux, 23 ottobre 2015


Traduzione di @Rododak

L'incubo della società totalitaria prefigurata da George Orwell avanza come un'ombra oscura sugli Stati Uniti.

Mentre la società americana si è trasformata da Stato incentrato sui cittadini a Stato incentrato sulla guerra, le istituzioni un tempo create per limitare la sofferenza e le conseguenze delle avversità e proteggere i cittadini dallo strapotere del mercato sono state indebolite o cancellate (1). Lasciando avvizzire - se non svuotando completamente - il contratto sociale, dai principi della democrazia è stato rimosso ogni discorso sulla responsabilità sociale.

Ridotta a oggetto di disprezzo dagli estremisti della destra, l'eredità dei princìpi democratici oggi si sta spegnendo a causa di un ordine sociale segnato dall'indurimento della cultura e da un'etica del "vinca il più forte" senza precedenti. Un'etica gretta, che va contro qualsiasi idea di solidarietà e compassione che implichi il rispetto degli altri. Le conseguenze di questa forma di autoritarismo emergente ci parlano di una esperienza nuova di terrore globale nel ventunesimo secolo.

Gli elementi di base di questo nuovo autoritarismo si possono distinguere chiaramente nell'attuale e violento attacco allo stato sociale, ai sindacati, all'università, ai lavoratori, agli studenti, ai giovani delle minoranze povere e a qualsiasi resto del contratto sociale. L'ideologia politica e la pratica del libero mercato, con la loro enfasi sulla privatizzazione dei beni pubblici, sull'abolizione delle protezioni sociali e sulla deregolamentazione delle attività economiche ora modellano praticamente ogni istituzione regolatoria politica ed economica.

I mercati oggi usano le loro risorse economiche ed ideologiche per militarizzare e armare ogni aspetto della vita di tutti i giorni: sostenuti da una cultura della paura, da una pedagogia della repressione, dall'esaltazione della celebrità banale, dall'estetica dei giochi televisivi e da politiche di precarietà, controllo e sorveglianza di massa.

Un mondo di oscurità, segretezza e assenza di regole ora caratterizza un movimento profondo, privo di scrupoli nel suo assalto alla ricchezza e al potere e indifferente al saccheggio dell'umanità e del pianeta. Il terrore circonda tutto, nascosto dietro lo sdoganamento dell'avidità, l'esaltazione degli spettacoli violenti, una macchina aziendale di controllo dei consumatori, che inietta nella collettività l'assuefazione alle gratificazioni momentanee.

Oggi non si vedono i campi di lavoro o di concentramento che hanno caratterizzato le tragedie dei regimi totalitari del '900. Eppure, come può testimoniare una generazione di giovani di colore, non c'è bisogno di essere in carcere per sentirsi imprigionati. Soprattutto quando è sempre più difficile controllare la propria vita e i propri mezzi in modo che abbiano un significato.

Oggi la politica è gestita a livello nazionale mentre il potere è globale (2). I mercati globali oggi surclassano il livello nazionale, rendendo obsolete la cultura politica e le istituzioni che hanno caratterizzato l'era moderna. L'élite finanziaria oggi naviga al di sopra dei confini nazionali e non si occupa minimamente dello stato sociale, del bene comune e in generale di qualsiasi istituzione non subordinata ai dettami del capitalismo finanziario. Le élite al potere non fanno alcuna concessione nella loro corsa al potere e al profitto.

[...]

Il mantra della deregolamentazione, privatizzazione, mercificazione e il flusso incontrollato di capitali ora controllano la politica e concentrano il potere nelle mani dell'un per cento. La lotta di classe si è fusa con le politiche neo-conservatrici e attiva una continua guerra, in casa e all'estero. Non ci sono più spazi di salvezza al riparo dagli accumulatori compulsivi di ricchezza e dai tentacoli di uno stato che sorveglia e punisce. L'imperativo di base del capitalismo-roulette è ormai diventato il nuovo pensiero comune: dall'eliminare la tassazione aziendale al trasferire la ricchezza dal pubblico al privato; dallo smantellare ogni regola per le imprese all'abbandonare al mercato l'intera regolamentazione della vita sociale.

Qualsiasi nozione praticabile dei valori di società, di solidarietà e di democrazia condivisa oggi è vista come una patologia, sostituita dall' etica della sopravvivenza del più forte, dalla celebrazione dell'interesse personale e da una nozione del bene della vita interamente legata a una insulsa etica consumistica (3).

[...]

Alle radici della nascita dello stato autoritario e delle forze che si nascondono nell'ombra c'è una politica che deve molto alla incentivazione dell'amnesia storica e sociale. Il nuovo autoritarismo deve moltissimo a ciò che Orwell una volta definì "una stupidità protettiva", che impedisce la vita politica e spoglia il linguaggio del suo contenuto critico (4).