Figli della SocietàS


Black Cat

Ue. L'olio tunisino e l'ennesimo schiaffo all'Italia

olio d'olive

La decisione dell'Ue è arrivata, come al solito dall'alto e mascherata da manovra "umanitaria", peccato che la decisione di importare senza dazi 35.000 tonnellate aggiuntive di olio d'oliva tunisino in Ue se da un lato aiuta la Tunisia, paese effettivamente in difficoltà, dall'altro rischia di rovinare il settore agricolo italiano già duramente provato e in ginocchio.
Per non parlare dell'aumento di frodi e danni per i consumatori.

Ben 35.000 tonnellate aggiuntive di olio d'oliva senza dazi nel mercato dell'Ue, questa la decisione di Strasburgo per tendere la mano alla Tunisia, paese amico nella lotta al terrorismo che a detta dell'Ue andrebbe quindi aiutato. E fin qui, ovvero sul fatto che la Tunisia debba essere aiutata, siamo tutti d'accordo. E' il come se non altro a lasciare perplessi dal momento che questa decisione affossa ulteriormente il settore agricolo italiano e Mediterraneo, aumentando nel contempo il rischio di contraffazioni per i consumatori.

Non è dunque sorprendente che il settore agricolo si sia mobilitato subito contro l'ennesima decisione presa dal Parlamento Europeo e imposta nei singoli paesi senza alcun dibattito preliminare. Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti, ha quindi alzato i toni: "Il Parlamento Europeo approva una norma assolutamente sbagliata. E' impensabile pensare di aumentare di 35 mila tonnellate l'anno, l'ingresso di olio dalla Tunisia a dazio zero" (Fonte Repubblica), ma la sensazione è che come al solito nessuno lo ascolterà. Non solo, Moncalvo ha anche ricordato come questa norma non aiuterà i produttori tunisini e danneggerà notevolmente quelli italiani sia nell'anno corrente che per il 2017. Gli eurodeputati italiani sono riusciti a malapena a ottenere l'obbligo di tracciabilità per l'olio tunisino e un impegno generico a medio termine dell'Ue di valutare i danni ai produttori europei, decisamente troppo poco, pochissimo.

La cosa grottesca è che la critica a tutto questo venga lasciata all'estrema destra di Salvini, che ovviamente aumenterà i propri consensi dal momento che gli italiani che rischiano di subire un tracollo economico a causa di queste scelte esistono, e finiranno inevitabilmente da lasciarsi sedurre dalla sua dialettica violenta. E infatti sembra quasi che oramai una certa politica italiana abbia rinunciato a far valere gli interessi del nostro Paese a livello europeo, certificando che i paesi Mediterranei non contano quanto quelli del Nord Europa. Ben non si capisce come mai il nostro governo non metta al primo posto la difesa delle eccellenze italiane scagliandosi contro le contraffazioni che utilizzano il nome "mafia" impunemente per promuovere prodotti alimentari che non centrano assolutamente nulla con il nostro Paese.

La sensazione è che in qualche modo si voglia colpire il Mediterraneo e la sua cultura, e lo si fa ad esempio permettendo che fiorisca il business di marchi che scimmiottano l'Italia. Se l'obiettivo è aiutare la Tunisia come mai non si decidono delle mosse pratiche da parte dell'Ue per aiutare il governo di Tunisi? Perchè aiutare la Tunisia significa impoverire il settore agroalimentare italiano? E soprattutto se l'Ue non ci rispetta, non rispetta le nostre peculiarità e la nostra tradizione e vuole persino imporci cosa coltivare e cosa mangiare, siamo sicuri che ci convenga continuare a farne parte?

Dominoes

La crisi della UE arriva anche al Nord: Petizione popolare in Finlandia per l'uscita dall'euro

finlandesi contro l'euro

Se non bastasse la minaccia del Brexit del Regno Unito, oltre alla disastrosa situazione della Grecia, all'indebitamento e crisi di paesi come Portogallo, Spagna e Italia, adesso si aggiunge all'elenco un paese del nord Europa: la Finlandia
. Il paese all'estremo nord rischia di diventare il nuovo grande malato dell'Europa. L'economia di questo paese sta attraversando una spirale di depressione cronica con la disoccupazione salita dal 6% del 2008 al 9,5% attuale.

Questo si verifica nonostante che la Finlandia sia uno dei pochi paesi dell'Eurozona ad avere la fiducia degli organismi finanziari internazionali, con una attribuzione di rating classificato AAA sul debito pubblico, non influenzata dal deficit del paese che risulta uno dei più alti.

La crisi del "modello scandinavo" ed il suo declino come sistema economico modello, è dovuta in parte dall'euro ma anche da fattori esterni che hanno colpito l'economia del paese: la crisi del settore della carta connessa con lo sviluppo del digitale, la quasi estinzione della Nokia, il principale datore di lavoro dei finlandesi e infine la politica delle sanzioni contro la Russia, quello che era il principale partner commerciale della Finlandia, che ha manifestato le sue forti ripercussioni sull'economa del paese nordico.

Tutto questo insieme di fattori ha determinato fra l'altro una massiccia emigrazione dei giovani finlandesi verso la Svezia o Norvegia in una situazione anche di crisi demografica che sta attraversando il paese che vede l'aumentare della popolazione solo grazie ai flussi di immigrazione provenienti dal Medio Oriente.

Il premier finlandese, Juha Sipilä, in questa situazione pianifica infatti una politica di austerità con la riduzione del welfare, il taglio dei giorni festivi e altre misure contro i giorni di malattia che i dipendenti potrebbero decidere di prendere.

Un'altra misura che il governo ha deciso di introdurre nel giro di due anni (sotto l'attenta osservazione del M5S in Italia) è l'istituzione di un reddito di cittadinanza sotto forma di reddito base a favore di ogni cittadino maggiorenne. L'obiettivo è quello di abbattere la disoccupazione, l'alto costo del lavoro e sopperire ai tagli al welfare che ormai risultato necessari per dare ossigeno alle casse statali. L'importo di tale assegno si aggirerebbe intorno agli 800 euro.

Per l'Unione Europea si profila una catena di crisi multiple: oltre alla "Brexit"e alla "Grexit" ( che ritorna sempre ad essere attuale) potrebbe arrivare la "Fixit" ovvero l'uscita della Finlandia dall'euro.

Che Guevara

Italia: incontro tra Renzi e Hollande, scontri a Venezia

no tav venezia
© Venezia Today
Scontri tra polizia e manifestanti dei movimenti antagonisti e No Tav sono avvenuti ieri a Venezia, durante l'incontro tra il primo ministro italiano Matteo Renzi e il presidente francese Francois Hollande.

I manifestanti hanno marciato vicino ai canali veneziani lanciando slogan contro Renzi e la polizia. Le tensioni sono scoppiate quando alcuni degli attivisti sono saliti sulle barche ed hanno raggiunto la cosiddetta 'zona rossa', una zona cuscinetto istituita davanti alla sede dove era in corso la riunione tra Renzi e Hollande.

La polizia ha reagito rapidamente con cannoni ad acqua per disperdere gli attivisti.


Heart - Black

In Arabia Saudita la pena di morte non risparmia nemmeno i bambini

il re dell'arabia saudita
© EPA
L'Arabia Saudita e la pena di morte che non risparmia nemmeno i bambini L'Arabia Saudita non ha mai sdegnato il ricorso alla pena di morte, solo nel 2015 sono state 153 le condanne alla pena capitale, ma quello che è emerso dall'ultimo rapporto di European Saudi Organization for Human Rights (Esohr) è sconcertante. I dati 55 condanne in via di esecuzione nei prossimi mesi, un sesto di loro meno che ventenne, molti arrestati quando erano ancora minorenni. I numeri parlano chiaro: in Arabia Saudita sarà una mattanza. Buona parte degli arresti sono stati ufficializzati come logica conseguenza di indagini anti-droga ma il numero di condannati si è impennato dopo le manifestazioni contrarie al regime.

Secondo il rapporto, sono tantissimi gli attivisti anche pacifisti imprigionati, le donne e le minoranze religiose discriminate e sono oltre 9 milioni i lavoratori senza diritti in balia di processi fantoccio. La situazione quindi non cambia dagli anni passati: centinaia di persone sono costrette a processi sommari (anche se a volte il processo viene addirittura saltato) e a detenzioni arbitrarie. Nel 2014 le pene capitali sono state circa 70 per omicidio, rapina e droga. Uno dei condannati era accusato di stregoneria.

In Arabia non c'è un codice penale ufficiale, il governo tramanda negli anni norme e leggi, ma in assenza di un codice scritto la giustizia si fa spesso sommaria. Le detenzioni, che non risparmiano nemmeno i bambini, spesso sono fatte di torture e violazioni delle norme processuali, di terapie mediche coatte anche quando non necessarie. I bambini possono essere arrestati e scontare la loro pena non appena compariranno su di loro i segni della pubertà, i giudici possono emettere gli ordini di detenzione a loro discrezione.

Molto spesso inoltre, le autorità non avvisano gli imputati che sono soggetti ad indagini, così accade che si ritrovino arrestati senza nemmeno sapere di essere stati sospettati. Gli avvocati dell'accusa non possono portare testimoni o prove dell'innocenza dei loro assistiti: il processo è quindi una farsa, una vuota formalità con un finale già deciso. Il numero delle esecuzioni è purtroppo in aumento secondo le organizzazioni per i diritti umani, un dato allarmante soprattutto perché l'Arabia Saudita, tra i 38 Paesi del mondo che ancora adottano la pena di morte, secondo i dati di Amnesty International del 2014.

Heart - Black

Nestlé, quanto è amaro un chicco di caffè

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© anonimo

Anche se il cacao ha ottenuto di recente maggiore pubblicità, per la causa legale lanciata contro la Nestlè da un avvocato californiano specializzato in questo tipo di azioni legali, il cacao non è l'unico ad essere prodotto da schiavi. Anche i chicchi di caffè sono contaminati dalla schiavitù.


Spesso, caffè e cacao crescono insieme nella stessa azienda agricola, dove l'alto albero di cacao fa ombra alle piante di caffè più basse. Immagine idilliaca che ci rimanda al sud del mondo, dove sono concentrati i produttori di caffè, coltivato in grandi piantagioni a produzione intensiva, presso le quali le popolazioni indigene trovano lavoro come braccianti sfruttati o da piccoli produttori che non hanno accesso diretto al mercato e si vedono costretti a vendere il loro raccolto ad intermediari locali, i coyotes. Questi vendono, a loro volta, il caffè a società multinazionali, che stabiliscono e fissano il prezzo.

I programmi di aggiustamento strutturale degli anni Ottanta, voluti dal Fondo Monetario Europeo e dalla Banca Mondiale, hanno provocato l'annullamento di ogni controllo statale, smantellando i Marketing Board, enti pubblici destinati ad assicurare ai piccoli produttori di caffè un prezzo minimo delle vendite, con conseguenti processi di privatizzazione, liberalizzazione e ingresso di capitali stranieri, in nome del neoliberismo.

Se si aggiunge il quadro mondiale delle continue oscillazioni, del ruolo fondamentale degli speculatori finanziari, attraverso strumenti di ingegneria finanziaria, dei coyotes, si intuisce come il mercato del caffè sia regolato da giganti, quali il gruppo svizzero Nestlè (1600 dipendenti, con un fatturato di 107.6 miliardi di Chf (789,794 miliardi di euro), e il colosso Jacobs Douwe Egberts (nato da una maxi fusione per dare l'assalto al trono della Nestlè).

Cult

Quando gli Stati Uniti dettano l'agenda ai media italiani

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© Fotolia/ xy

La Russia è il nemico, almeno secondo la maggior parte dei media italiani
. Vista la famosa minaccia russa, è strano che in Italia circolino però così poche informazioni sulla Russia. Bisognerebbe stare in guardia e tenere gli occhi aperti!

Le informazioni su Mosca e la sua politica estera sembrano a volte dettate per filo e per segno dall'ambasciata americana. La storica amicizia fra l'Italia e la Russia ovviamente non è mai andata a genio agli Stati Uniti e questo si rispecchia nella maggior parte dei media italiani. Tutto viene letto in un'ottica americana. Perché?

Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Riccardo Pelliccetti, caporedattore centrale de "Il Giornale".

— Qual è il vostro approccio alla Russia?

— La Russia ha dimostrato in questi ultimi vent'anni un grandissimo cambiamento. La cosa fondamentale che noi abbiamo visto in questo cambiamento è che la Russia è tornata ad essere europea, parte integrante d'Europa. Ci sono molti più legami tra il nostro Paese e la Russia che quanti ce ne siano fra il nostro Paese e gli Stati Uniti.

— Lei ritiene che gli interessi italiani non coincidano più con quelli americani? Leggendo i maggiori quotidiani italiani non si direbbe.

Riccardo Pelliccetti
Riccardo Pelliccetti, caporedattore centrale de “Il Giornale”
— In Italia c'è un problema di sovranità nazionale. L'Italia, lo sappiamo tutti, ha perso la seconda guerra mondiale e ha dovuto nel corso degli anni adeguarsi alla politica dei vincitori, in questo caso i vincitori veri erano gli Stati Uniti. L'Italia è entrata nell'alleanza atlantica e ha pian piano ceduto la propria sovranità. Questo poteva andar bene all'epoca della guerra fredda, la politica dei due blocchi ti costringeva a stare da una parte o dall'altra. L'America dettava le regole in quel contesto essendo il capofila dell'Alleanza atlantica. L'Italia ha una sovranità limitata non solo in politica estera, ma anche in quella interna. L'America condizionava anche le elezioni politiche, finanziando i partiti, e di conseguenza chiedendo un tornaconto a questi partiti del lavoro che facevano.

Che Guevara

Mimose e acciaio

maria baratto
I militanti del comitato di lotta cassintegrati e licenziati della Fiat di Pomigliano hanno celebrato la festa della donna ricordando Maria Baratto, l'operaia suicida che denunciò le connivenze tra padronato e confederali.
Niente mimose ma garofani e pensieri di lotta. I militanti del comitato di lotta cassintegrati e licenziati della Fiat di Pomigliano, stamane all'alba, hanno organizzato una piccola cerimonia davanti al reparto logistico Fiat di Nola, in cui lavorano 280 addetti in organico allo storico stabilimento pomiglianese. Una festa della donna nel segno dell'azione e della testimonianza, lontana anni luce da quel chiassoso inno al consumismo e all'omologazione che è diventato l'8 marzo. In questo reparto definito "confino", era stata trasferita dallo stabilimento di Pomigliano, senza però lavorare, Maria Baratto, operaia di 47anni, che dopo diversi anni in cassa integrazione, si è tolta la vita il 23 maggio del 2014, nell'appartamento che aveva affittato e in cui viveva da sola, ad Acerra.

Per ricordarla, alcuni ex operai della Fiat, licenziati dall'azienda dopo aver manifestato per lei e per gli altri operai di Pomigliano morti suicidi, hanno affisso su un palo davanti al reparto logistico, una fotografia dell'operaia con un messaggio forte che fa a pezzi l'ipocrisia di chi propaganda i diritti una volta sola all'anno: "Non dimeticheremo mai Maria e gli altri compagni uccisi dalla precarietà".

Sotto la scritta, un garofano e un foulard rossi, simboli di un'identità operaia mortificata da un padronato asservito al finanziarismo parassitario e di un lavoro assoggettato alle logiche perverse della flessibilità e della precarietà. Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella e Massimo Napolitano, questi i nomi dei militanti del comitato di lotta, successivamente si sono recati al cimitero di Ponticelli, dov'è sepolta Maria Baratto. Nel 2011, l'operaia suicida, aveva scritto un articolo di denuncia intitolato "Suicidi in Fiat" che iniziava così: "Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti".

Una lenta e devastante agonia, più dolorosa di quelle coltellate allo stomaco con cui aveva deciso di strappare via dal suo corpo e dall'anima quella disperazione ne che soffocava i respiri, intrappolandoli sotto macigni di lacrime. Il 22 agosto del 2012, il sito comitatomoglioperai.it, pubblicava quel pezzo scritto dopo che un suo collega aveva appena tentato di uccidersi e un altro, solo pochi giorni prima, dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento, aveva ucciso la moglie e tentato di ammazzare la figlia prima di suicidarsi. Dei suoi 47 anni, gli ultimi sei Maria li aveva passati in cassa integrazione. Le parole usate in quell'articolo che ancora oggi è reperibile in Rete, dovrebbero risuonare nelle teste di chi stasera, ancora una volta, baratterà i diritti con una falsa emancipazione con tanto di scontrino finale.

Blackbox

A proposito dei 130mila profughi scomparsi in Germania... e non solo

rifugiati scomparsi in  germania

Più di 130mila migranti sono scomparsi in Germania, il 13 per cento degli arrivi negli ultimi 14 mesi. Dopo essere stati registrati non si sono presentati all'alloggio previsto per loro
, lo ha riferito la scorsa settimana il Süddeutsche Zeitung. E' la risposta ufficiale del Ministero degli Interni Federale ad una richiesta presentata dal Partito della Sinistra.

Ci sono inoltre in Germania ben 400mila richiedenti asilo all'interno del Paese che non hanno documenti di identità e che le autorità tedesche non sono in grado di identificare, ha riferito Frank-Jürgen Weise, capo del Ufficio federale tedesco per le Migrazioni (Bamf).

La Germania ha accolto circa 1,1 milioni di rifugiati nel 2015, in gran parte del Medio Oriente e del Nord Africa, di cui circa la metà sono o senza documenti ufficiali o sono scomparsi. Il 25 febbraio, il Bundestag ha approvato una nuova normativa, restringendo i regolamenti in materia di asilo. Il 26 la Camera alta del parlamento tedesco, il Bundesrat, ha tenuto una votazione finale sulla legislazione volta a rendere l'afflusso dei migranti più gestibili. Le nuove leggi faciliterebbero l'espulsione nel caso in cui la Germania non riconosca una richiesta di asilo. Anche le regole per il ricongiungimento familiare saranno più rigorose, i richiedenti asilo ora dovranno vivere due anni in Germania, prima di avere il diritto di invitare i loro familiari a unirsi a loro.

Sta di fatto che i dati rilasciati dal governo tedesco rivelano che hanno perso le tracce di uno su sette migranti che sono arrivati nel Paese in cerca di rifugio. Ciò significa che potrebbero essere scomparsi per lavorare nell'economia sommersa o che hanno lasciato la Germania del tutto. Migliaia potrebbero anche essere in viaggio verso la Francia e il Belgio, nel tentativo di cercare di intrufolarsi nel Regno Unito, dove ai richiedenti asilo viene dato un alloggio, benefici, assistenza sanitaria e istruzione.

Intanto in Germania sono in aumento attacchi xenofobi contro i rifugiati da parte di estremisti, mentre ci si aspetta che arrivino 2,5 milioni di rifugiati nei prossimi cinque anni. Tuttavia i numeri che arrivano alle frontiere sono crollati drasticamente negli ultimi giorni, da quando i Paesi della via balcanica hanno iniziato a stringere i loro controlli dopoché l'Austria ha introdotto un limite giornaliero di 80 richiedenti asilo la scorsa settimana e la Macedonia ha parzialmente chiuso le frontiere.

Light Sabers

Omicidio stradale: penalisti all'attacco

o bevi o guidi

L'Unione della Camere Penali Italiane boccia impietosamente la legge sull'omicidio stradale, giudicata da Renzi e dalla Boschi come una grande conquista.


Non la pensa così la Giunta, l'organo di Governo dell'Unione, che in una nota parla di "un arretramento verso forme di imbarbarimento del diritto penale, frutto di cecità politico-criminale e di un assoluto disprezzo per i canoni più elementari della "grammatica" del diritto penale".
"Innanzitutto - scrivono i penalisti - sfatando il primo mito renziano del dopo approvazione, non è affatto vero che i "pirati della strada" rimanessero "impuniti" prima della emanazione di questa legge ed è falso il messaggio mediatico secondo il quale "l'omicidio stradale ora è reato": il fatto era già previsto come reato (art. 589, 3° comma c.p.) ed era già severamente punito (da tre a dieci anni) cui ben poteva aggiungersi l'aggravante della previsione dell'evento (art. 61, n. 3) con pena finale che in casi particolarmente gravi poteva raggiungere gli anni quindici. Senza contare che spesso la giurisprudenza (certo con eccessi assolutamente non condivisibili) aveva ricondotto il fatto alla previsione dell'omicidio doloso, con dolo c.d. "eventuale" (pena da ventuno a ventiquattro anni)".
Gli strumenti per scoraggiare condotte gravi e socialmente pericolose, mediante la minaccia di severe sanzioni, dunque, c'erano anche prima.
"In secondo luogo, fanno notare i penalisti, le leggi penali proprio per essere destinate ad incidere sulla viva carne delle persone (imputati e vittime) e a condizionare i comportamenti di tutti i consociati dovrebbero essere approvate con ampio consenso, previo dibattito parlamentare e senza ricorrere alla fiducia, secondo canoni razionali e non con il solo obiettivo di raccogliere facile approvazione dalla opinione pubblica spesso male informata, dimenticando perfino le statistiche che danno in netta diminuzione, grazie ad una capillare opera di prevenzione e di educazione culturale, le c.d. "stragi del sabato sera".
Pene così elevate, con raddoppio insensato dei termini di prescrizione (tempo minimo, salvo l'aumento in caso di interruzione, ventiquattro anni!) sono inconcepibili per un fatto qualificato come colposo.
"Non solo, ma non avere previsto come adeguata attenuante ad effetto speciale (suggerita dalla UCPI) per chi presta soccorso, si legge ancora, è un vero e proprio incentivo alla fuga. Chi provoca un incidente, se ha il minimo dubbio che il mezzo bicchiere bevuto possa avergli alterato il tasso alcoolemico (e certo non può sapere di quanto!) nella maggioranza dei casi fuggirà. Con quali possibili conseguenze per le vittime è facile immaginare".
Inquietante, è ritenuta la presunzione di colpa e di causalità fra lo stato di ebbrezza e l'evento lesivo che stravolgerebbe tutti i principi fondamentali del sistema penale. L'evento deve essere la concretizzazione del rischio specifico insito nella guida in elevato stato di ebbrezza. Occorrerà insomma verificare che l'evento lesivo sia dovuto proprio alla incapacità del conducente di osservare le regole sulla circolazione stradale in ragione dell'alterazione delle sue condizioni psico-fisiche dovute all'ingestione di alcool o stupefacenti.

Fa discutere anche l'aggravante per la guida senza patente e, soprattutto, senza che il proprio mezzo abbia copertura assicurativa.
"Circostanze, forse non sempre la prima, ma certamente sempre la seconda, che non hanno nulla a che spartire con la violazione di regole cautelari che costituiscono per così dire il nucleo fondamentale del delitto colposo".
"Ancora una volta, dunque, conclude l'associazione dei penalisti, viene approvata una norma manifesto che non servirà a prevenire seriamente questi gravi fatti, ma solo a placare l'allarme sociale, vero o "drogato" dai media, che questi fatti suscitano, a far sentire la classe politica con la "coscienza a posto", a placare i bisogni di repressione della comunità sociale".

Gold Seal

DA VIAREGGIO A GAZA, un lavoro che "tocca il cuore".

medici italiani in palestina

di Mariangela Loreto
Khan Younis, marzo 2016


Una delle strutture ospedaliere più grandi e più belle della striscia di Gaza è l'European Gaza Hospital di Khan Younis, a sud della Striscia. Durante l'ultima aggressione, quella definita da Israele - son so bene se per tracotanza o ironia - "margine protettivo" anche quest'ospedale ha subito l'attenzione dell'aeronautica militare israeliana ed è stato necessario evacuare alcuni reparti, tra cui quello pediatrico, per evitare il peggio. In quest'ospedale, da quattro anni, opera il PCRF (Palestinian Children's Relief Fund) una fondazione più o meno ventennale con sede in Ramalla, presieduta dallo statunitense Steve Sosebee. E' proprio attraverso il PCRF che ogni anno vengono organizzate missioni umanitarie che riescono a salvare decine di vite. La missione che in questi giorni sta operando nel nuovo reparto di cardiochirurgia, costruito proprio grazie al progetti del PCRF è composta da italiani e palestinesi ed è finanziata dalla Regione Toscana e dalla Chiesa Valdese.

chirurgi italiani in palestina
Invitata dalla missione italiana a vedere il nuovo reparto e il lavoro che vi viene svolto, mi sono trovata di fronte una situazione umanamente bellissima. Il team, guidato dal cardiochirurgo viareggino Vincenzo Luisi, opera qui con tutto il suo team per una decina di giorni (tanto dura la missione) per tutto il giorno e del tutto gratuitamente tutti i bambini affetti da patologie cardiache che sono il lista d'attesa in ospedale.

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