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gio, 21 gen 2021
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Italia e Iran sviluppano relazioni commerciali e industriali

 Fotolia/ Borna_Mir
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Firmati 4 accordi di cooperazione. All'iniziativa hanno partecipato 178 imprese, 20 associazioni imprenditoriali, 12 gruppi bancari italiani.

Italia e Iran hanno firmato 4 accordi per la cooperazione nell'ambito del turismo e del commercio, durante la visita di una delegazione italiana a Teheran guidata dal vice ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.

Promossa dai ministeri dello Sviluppo Economico e degli Affari Esteri e organizzata da Confindustria, ICE, ABI e Unioncamere, la missione ha lo scopo d'identificare e approfondire le reali prospettive di collaborazione commerciale e industriale che la fine delle sanzioni renderà possibili tra Iran e Italia. L'obiettivo del Belpaese è riportare i livelli d'interscambio commerciale — oggi fermi a 1,6 miliardi di euro — ai 7 miliardi di euro raggiunti prima dell'entrata in vigore delle sanzioni.

I settori interessati allo sviluppo dei rapporti tra i due Paesi riguardano le energie rinnovabili, le apparecchiature elettro medicali, i materiali edili, il turismo e l'automotive. All'iniziativa hanno partecipato 370 persone provenienti da 178 imprese, 20 associazioni imprenditoriali, 12 gruppi bancari italiani.

La prima missione in Europa del presidente iraniano, Hassam Rohani, dopo l'accordo sul nucleare, rinviata in seguito agli attacchi terroristici del 13 novembre a Parigi, secondo fonti diplomatiche, sarà fissata tra gennaio e febbraio. Rohani, insieme a una delegazione di ministri e operatori economici, avrà degli incontri bilaterali con il presidente Mattarella, il premier Renzi e il presidente francese, Francois Hollande.

Pistol

Armi sospette nel porto di Trieste prodotte in Turchia e dirette in Belgio

Armi porto Trieste - da Turchia a Belgio
© IlGiornale.it
Le armi da guerra erano trasportate, senza le necessarie autorizzazioni, da un autoarticolato olandese condotto da un cittadino turco. Il carico era composto da 781 fucili a pompa modello "Winchester SXP" da 12-51 cm, 66 fucili a pompa "Winchester SXP" da 12-41 cm. e 15 calci per fucile.
La gravità dello scenario internazionale ha imposto un inevitabile innalzamento del livello di attenzione nei controlli delle frontiere, nel contesto triestino uno dei fronti "caldi" è ovviamente il Porto di Trieste, con i suoi flussi di merci che provengono dai paesi dell'area mediterranea e per una quota rilevante dalla Turchia.

La Guardia di Finanza e l'Agenzia delle Dogane e dei monopoli nell'ambito del dispositivo di vigilanza del traffico di merci che quotidianamente transitano nello scalo giuliano, grazie ad un'attività di analisi dei profili di rischio collegati ai flussi di merci in arrivo nell'area portuale, hanno sottoposto a controllo un autoarticolato olandese, condotto da un cittadino turco, sbarcato nel porto di Trieste il 23 novembre, proveniente dalla Turchia e il cui carico risultava diretto in Germania, Olanda e Belgio.

Durante la verifica fisica della merce trasportata - eseguita nella giornata di ieri - sono state trovate, per altro non occultate, centinaia di scatole, contenenti ciascuna un fucile a pompa, per un totale di 781 pezzi, modello "Winchester SXP", fabbricati in Turchia.


La particolare natura del carico, la provenienza e la sua destinazione, hanno naturalmente determinato un approfondimento sulla documentazione che accompagnava i fucili. La verifica ha appurato che, sebbene dal punto di vista doganale non vi fossero irregolarità, l'esportatore non aveva richiesto nessun tipo di autorizzazione.

Nel corso della conferenza stampa è stato precisato che le armi in questione, sono di natura lecita, non "da guerra" ma che in mani sbagliate possono essere letali, il trasporto e la loro successiva commercializzazione ovviamente devono seguire precise regole ed autorizzazione che permettano la tracciabilità completa del loro percorso. La normativa di settore, infatti, prevede che ancor prima che il trasporto abbia inizio, tale particolare tipologia di "merce", anche se non destinata al territorio nazionale, debba essere autorizzata dalla competente Autorità di PS.

Hiliter

Chiarimento: nessuno dei terroristi di Parigi era un rifugiato siriano

ISIS terrorista 01
Dobbiamo fare smettere le false accuse. Nessuno dei membri delle cellule che il venerdì 13 seminò il terrore a Parigi è nato in Siria, né è un rifugiato. E poi, tutti hanno una nazionalità europea e solo uno degli otto è nato fuori dal Vecchio Continente: Mohamed Amri, è belga, ma che è venuto al mondo in Marocco.

Una delle prime informazioni che diventarono pubbliche dopo gli attentati è stata la presenza di un passaporto siriano nella sala Bataclan. Il documento apparteneva ad Ahmad al-Mohammad, un supposto rifugiato siriano che arrivò all'isola greca di Leros il passato 3 ottobre. Secondo i registri della dogana ellenica, l'uomo era uno dei 198 rifugiati siriani che sbarcarono da un scialuppa.

Ma benché questa notizia svegliasse le diffidenze di molti politici, soprattutto nordamericani che si affrettarono a chiedere la paralisi dei permessi di residenza agli immigranti provenienti dal paese che dirige Bashar Al-Assad, per evitare l'entrata di supposti terroristici, alla fine si è confermato che il passaporto era una falsificazione.

Allo stesso modo, uno degli assistenti al concerto di Eagles of Death Metal durante il quale sono accaduti i fatti di sangue, aveva la carta di identità di Alberto Pardo - un cittadino spagnolo che è stato dato per morto e che in realtà si trovava a centinaia di chilometri dal luogo dei fatti - qualcuno aveva nella sua tasca il passaporto di un siriano. Non si sa neanche se l'aveva uno dei terroristi.

Durante questa settimana, dopo aver identificato i cadaveri ed aver continuato le investigazioni della polizia, la stampa francese ha pubblicato la lista dei nomi degli autori dell'attacco:

Candle

Islam e Cristianesimo, tutti terroristi con la fede degli altri?

Moschea 01
© AP Photo/Pavel Golovkin
I recenti attentati compiuti al grido di "Allah è grande" hanno alimentato la già diffusa diffidenza dell'"occidente" nei confronti dei praticanti la religione islamica. In molti casi questa paura si trasforma in un giudizio senza distinzioni tra terroristi e semplici seguaci di quella fede e li considera come se fossero un tutt'uno.

Si rende quindi necessaria qualche riflessione a mente fredda che si proponga di capire realmente chi abbiamo di fronte. Cominciamo col dire che, nei Paesi dichiaratamente a maggioranza islamica, così come in quelli a presunta maggioranza cristiana, la gran parte dei credenti, è un "fedele" molto superficiale. Così come da noi è un'abitudine diffusa frequentare le chiese (almeno una volta ogni tanto) battezzare i figli e, magari, sposarsi in chiesa nonostante la fede sia molto superficiale e non si sia mai letta ne' la Bibbia ne' il Vangelo, anche tra gli islamici l'appartenenza religiosa è più un fattore di abitudine e di tradizione che una profonda convinzione. Se s'interrogano i sedicenti cristiani, in realtà si scopre che la stragrande maggioranza vive la religione come un "teismo" personale o, addirittura, come una forma di superstizione. Il fenomeno ha la stessa diffusione tra fedeli di Allah poiché le loro società sono più o meno secolarizzate quanto le nostre. Anche in questi Paesi, nonostante che in buona fede ci si dichiari credenti, le pratiche della vita quotidiana di moltissimi di loro sono ben lontane da quanto imposto dalla dottrina.

Certamente il conformismo sociale e, talvolta, le imposizioni della legge locale costringono a un'apparente uniformità ma, appena le condizioni lo consentono, il Corano viene dimenticato e non è raro poter vedere islamici che bevono alcolici e non praticano il Ramadan. Purtroppo, sia tra gli islamici sia tra i cristiani o gli ebrei, esistono anche gruppi integralisti di varia consistenza che non solo applicano alla lettera la loro interpretazione del libro "sacro", ma pretendono anche di imporlo agli altri.

Document

La paura degli attentati e l'euristica della disponibilità

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Le euristiche sono delle strategie inconsapevoli che ci permettono di emettere giudizi e prendere decisioni in modo rapido sulla base di informazioni scarse.

Uno degli effetti degli attentati di Parigi è stata una massiccia cancellazione delle prenotazioni negli alberghi, non solo per ciò che riguarda la capitale francese: le ripetute minacce dell'Isis di arrivare fino a Roma all'improvviso sono sembrate più credibili, così molti stanno rinunciando ad andarci. E c'è addirittura chi chiede al Papa di annullare il Giubileo, il cui inizio è previsto per l'8 dicembre.

Sarà da vedere se col passare dei giorni questa emotività si affievolirà, oppure se le due capitali sono destinate a subire un contraccolpo economico importante, come quello che sta registrando l'Egitto dopo la tragedia dell'aereo russo.

Sabato, all'indomani degli attentati, nella manifestazione spontanea contro il terrorismo tenutasi in Place de la République, uno degli slogan ripetuti era "non abbiamo paura": si tratta di una reazione sana, soprattutto da parte di chi è stato appena colpito, per certi versi sono più spaventati coloro che, come noi, hanno solo assistito, mentre nella società francese la tristezza e la rabbia prevalgono sulla paura.

I nostri timori non sono del tutto infondati: secondo il generale Giuseppe Governale, comandante del 'Ros' (Raggruppamento Operativo Speciale) dell'Arma dei Carabinieri, "è impossibile annullare tutti i rischi che il terrorismo colpisca in Italia in vista del Giubileo".

Il militare ha rilasciato tale dichiarazione già prima dei fatti di Parigi, in occasione della conferenza stampa tenutasi in seguito all'operazione che ha smantellato una cellula terroristica che reclutava combattenti per la Siria e il medio oriente.

Da quanto emerso dalle indagini, sembra che l'organizzazione non stesse pianificando attentati terroristici da mettere in atto sul nostro territorio, ma la sua stessa presenza è già un ragionevole motivo di preoccupazione. Per ora l'Italia non è stata interessata da attacchi, ma non sappiamo se ciò sia dovuto al fatto che non è considerata un obiettivo, oppure a un'efficace prevenzione.

Sull'interpretazione e sulle conseguenze politiche e militari dei fatti di Parigi si è già detto moltissimo e ancor di più si dirà, qui invece vorremmo ragionare sulle reazioni da parte dei singoli individui, delle persone comuni.

Better Earth

L'Italia si sveglia dalla parte di Putin

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© Sputnik. Alexei Druzhinin
Anche per quelli più intossicati dalla propaganda mainstream era da tempo evidente che l'opinione pubblica italiana si fosse orientatata verso una franca simpatia per il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Basta navigare sui principali social network per accorgersi, talvolta con stupore, del numero di gruppi a tema che riguardano la Russia e il suo leader e dell'intensità dei contenuti degli articoli condivisi e dei post. Finalmente anche un sondaggio sancisce l'esistenza di questa fenomeno: l'istituto demoscopico SWG, all'interno dello speciale Je suis Paris — Liberté, égalité, fraternité, rivolto a valutare i sentimenti degli italiani in seguito al massacro di Parigi, ha infatti misurato l'apprezzamento dato dai nostri concittadini all'azione politica effettuata da Putin nell'ambito della crisi dell'Isis: il 49% degli italiani sta dalla parte della Russia e considera efficaci le misure messe in atto fino ad oggi in Siria.

Un risultato eccezionale, se pensiamo a due fattori: da una parte troviamo il martellamento mediatico che gli italiani subiscono dai principali giornali e Tg, che descrivono Putin come dittatore guerrafondaio, e dall'altra c'è il tipico atteggiamento solidale e antibellico che caratterizza gli italiani almeno dalla Guerra in Iraq. E come carico a briscola ci mettiamo pure che il consenso verso la Russia di Putin supera persino quello rilevato pochi giorni prima sul governo Renzi, il quale si ferma al 46%.

Eclatante è poi la bocciatura della politica obamiana: solamente il 32% degli italiani condivide l'azione statunitense, nonostante questa ci venga costantemente presentata in televisione come l'unica davvero civile, possibile, democratica. Per fortuna sono parole al vento, quelle dei telegiornalisti nostrani, lettori delle veline euroatlantiche, se alla fine il tanto vituperato Putin stacca di 14 punti percentuali il consenso di Obama. Insomma, da qualsiasi angolazione lo si guardi, lo studio effettuato da SWG mostra come l'Italia si scopra sempre di più filo-Putin; ed questa tendenza non potrà che aumentare dopo l'improvvido abbattimento da parte della Turchia di un Su-24 dell'aviazione russa. Agli occhi non più tanto addormentati del popolo italiano, tale gesto scellerato getta ulteriori ombre sulla gestione occidentale della crisi siriana e soprattutto sulle presunte connivenze dei Paesi del G20 con l'Isis. Come si può accettare che venga sanguinosamente ostacolato chi sta combattendo a fondo per debellare l'integralismo islamico? E pensare poi che la Turchia era uno dei Paesi in lizza per entrare in Europa; sembrerebbe allora che abbattere gli aerei di chi bombarda i terroristi sia la nuova politica dell'UE... E' impossibile questa posizione venga condivisa da un'opinione pubblica già fortemente scossa dal sangue parigino.

Handcuffs

Anche Prodi in tribunale. Ne sapete niente? Chiedetevi perché.

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Fate la prova. Non fidatevi di me. Cercate "Prodi Trani" sui motori di ricerca. Cercate su Repubblica e Corriere. Provate a vedere se vi raccontano per filo e per segno quello che ha detto Prodi giovedì 19 novembre (quattro giorni fa) a Trani, chiamato a deporre dal PM Michele Ruggiero nel corso del processo a Standard & Poor's.

Per carità, che Romano si sia molto arrabbiato perché aveva appuntamento davanti al giudice alle 11.15 ma ha dovuto aspettare fino alle 15.30 (porello), questo ve lo raccontano tutti. Che all'altro testimone, Giuseppe Vegas, presidente della Consob, hanno rubato la macchina mentre deponeva, è una notizia che troverete con facilità. Ma provate a capire cos'abbia detto Prodi non ai giornalisti, dopo e prima, ma sul banco dei testimoni.

Eppure, nei 15 minuti durante i quali ha parlato, rispondendo alle domande dell'accusa e della difesa, di cose deve averne dette un bel po', non certo quelle due o tre righe riportate dalla stampa. E considerato che lo scherzetto del downgrade sul rating di Standard & Poor's ci potrebbe essere costato ben 3.1 miliardi di euro, direi che la deposizione di Romano Prodi, così come tutte le altre, da Maria Cannata (direttore del dipartimento debito pubblico del Ministero del Tesoro) a Giulio Tremonti, ex ministro delle finanze, da Vegas della Consob a Elio Lannutti, da Mario Draghi (che, pur citato, non è venuto perché "teme clamori mediatici"), passando per Pier Carlo Padovan (che dovrebbe essere sentito a breve) fino ad arrivare a lui, Mario Monti, che "non poteva" e dunque ha rimandato la sua udienza al prossimo 27 gennaio, era uno di quei processi a cui la stampa avrebbe dovuto stare incollata come se non ci fosse un domani. Con tutto il rispetto per il giallo di Avetrana, per il processo sulle escort di Berlusconi, sugli scontrini di Marino e così via, si intende. Invece niente. C'erano quattro gatti a pedali. E pure omertosi!

Cult

Il parlamentino della Nato chiama alla guerra

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L'abbattimento del caccia russo impegnato in Siria da parte di un caccia turco made in Usa, con la conseguente rottura tra Mosca ed Ankara non a caso alla vigilia dell'accordo sul gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas russo fino al Bosforo, evidenzia in modo drammatico l'evento che si svolge giovedì e venerdì a Firenze: l'Assemblea parlamentare della Nato che, il 12 ottobre scorso, aveva «raccomandato ai governi Nato di aumentare la spesa della difesa, di fronte a una Russia sempre più imprevedibile e alla crescente instabilità in Medioriente».

La sessione dell'Assemblea parlamentare della Nato, che si svolge in Palazzo Vecchio, non è un «Summit Nato» come qualcuno ha detto. L'Assemblea, infatti, «costituisce una istituzione separata dalla struttura Nato». L'organo politico «decisionale» della Nato è invece il Consiglio Nord Atlantico, che si riunisce a vari livelli fino al summit dei capi di stato e di governo dei 28 paesi dell'Alleanza: il suo principio guida è che «non ci sono votazioni o decisioni a maggioranza, ma le decisioni vengono prese all'unanimità e di comune accordo», ossia d'accordo con le direttive di Washington. E sono sempre gli Usa ad avere i posti chiave nella struttura militare dell'Alleanza: il Comandante supremo alleato in Europa è sempre un generale o ammiraglio nominato dal presidente degli Stati uniti.

Ma allora, se non è una istituzione della Nato, a cosa serve l'Assemblea parlamentare riunita a Firenze? Composta da rappresentanti dei parlamenti dei paesi dell'Alleanza, per la maggior parte membri delle commissioni difesa, l'Assemblea è presieduta dallo statunitense Hon Turner, membro del Congresso facente parte sia della commissione sui servizi segreti che di quella sui servizi armati. Tra i cinque vicepresidenti c'è il parlamentare italiano Paolo Alli, Nuovo Centrodestra, già braccio destro di Formigoni e con lui indagato dalla magistratura milanese. Funzione dell'Assemblea, finanziata (con denaro pubblico) dai 28 governi, è quella di «costituire un legame essenziale tra la Nato e i parlamenti dei paesi dell'Alleanza», in particolare quella di «sensibilizzare gli ambienti parlamentari sulle principali questioni relative alla sicurezza della zona euro-atlantica, contribuendo al rafforzamento delle relazioni transatlantiche».

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A Roma apre l'Ufficio Nazionale del Turismo della Russia

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A Roma è stata inaugurata la sede italiana dell’Ufficio Nazionale del Turismo Visit Russia.
Al tagliare simbolicamente il nastro della nuova rappresentanza, situata nel centralissimo Corso Vittorio Emmanuele, ci sono stati il Ministro della Cultura russo Vladimir Medinskij, il Ministro-Consigliere dell'Ambasciata russa in Italia Dmitry Shtodin, Direttore Generale del Turismo del MIBACT Francesco Palumbo, il vice presidente del Comitato della Duma della Federazione Russa per l'Industria e presidente del Comitato della Camera di Commercio della Federazione Russa per lo sviluppo industriale Pavel Dorohin, la direttrice dell'Ufficio Nazionale del Turismo Visit Russia in Italia Ekaterina Sankina.

La missione principale del progetto Visit Russia, che è realizzato con il patrocinio dell'Agenzia Federale per il Turismo e del Ministero della cultura della Federazione Russa, è quella di contribuire a formare un'immagine positiva della Russia nel Bel Paese, di creare una maggiore fiducia nei confronti del servizio turistico russo.

L'obiettivo della neonata sede italiana sarà anche quello di mostrare le attrattive russe e il fascino della cultura russa, offrendo agli italiani e agli operatori del settore interessanti spunti e percorsi turistici unici. Infatti, l'ufficio italiano si occuperà non solo della promozione del turismo verso la capitale russa ma si impegnerà nella presentazione delle destinazioni turistiche di tutto il paese.

"Il turismo è un ponte importante per farsi che le nazioni si capiscano meglio. Secondo noi, il turismo non deve essere limitato da Mosca e da San-Pietroburgo. Queste due città non rappresentarono tutta la Russia. La Russia, è più diversa, è l'unico paese nel mondo dove sono rappresentate tutte le zone climatiche, tutta la diversità della natura e della storia. Proprio questi aspetti hanno sempre attratto i turisti stranieri", — ha detto durante la sua presentazione il Ministro della Cultura russo Vladimir Medinskij, auspicando che il nuovo ufficio turistico a Roma aiuti a migliorare la collaborazione tecnica tra le agenzie di viaggio italiane e il consolato russo e l'ambasciata della Federazione Russa, diventando così un «altro amico, un alleato» per i tour operator italiani.

«Il nostro paese ha un enorme potenziale che noi siamo pronti a regalare a tutti quelli che vengono a trovarci nel nostro paese. Per capire meglio la Russia e per gustarla meglio bisogna venire lì di persona, sentirla sulla proprio pelle», — si è rivolta al pubblico italiano la direttrice dell'Ufficio Nazionale del Turismo Visit Russia in Italia Ekaterina Sankina, invitandoli a programmare le loro avventure russe al più presto possibile.

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Europa come l'Italia: chi sbaglia non paga mai

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© Foto: Ed Yourdon
Tra Italia ed Unione Europea esiste almeno un minimo comune denominatore: il fatto che chi sbaglia non paga mai. Un salvacondotto si trova per chiunque abbia fallito, dopo essere giunto nella stanza dei bottoni della politica o dell'alta finanza.

In Italia è un vizietto noto da tempo immemore, ma è un paradosso per le Istituzione europee, le quali non lesinano mai critiche al Belpaese pur praticando la medesima penosa abitudine. E di fallimenti l'UE ne ha incassati parecchi dall'entrata in vigore dell'euro. Non si può non pensare alla crisi greca, gestita dalla Troika in modo imbarazzante, con l'annessa cura-avvelenamento i cui effetti vengono oggi pagati a livello umano dagli ellenici a livello economico da tutti i cittadini europei (gli italiani sganciano 65,8 miliardi, secondo Exane-Bnp Paribas). Naturalmente tutto verrà restituito con i dovuti interessi, per carità, ma intanto paga Pantalone, come dicono da noi. Così, gli eurocrati illuminati che ambiscono a sostituirsi alla sovranità politica dei singoli Stati hanno commesso un grave sbaglio: proprio nella crisi greca si amplifica tutta la loro presunzione, ad esempio l'essere stati alla fine degli anni Novanta eccessivamente ottimisti nel decidere di far entrare nell'euro la debolissima Grecia, poi l'essere stati colpevolmente incapaci nel prevenirne il crack e infine il gestirlo senza quel minimo di umanità che si pretenderebbe da un sistema che vorrebbe chiamarsi federalista.

Negli ultimi mesi l'errore è aver aderito ai diktat di Obama e dei gruppi finanziari globali e aver quindi messo la parola fine ai prestiti ponte verso la Grecia: una scelta folle non solo per l'Europa, che con altissime probabilità dovrà affrontare un nuovo default greco nei prossimi anni, ma anche per la stessa Grecia che era a un passo dal liberarsi da quei vincoli che non si sposano né con le sue tradizioni né col suo paniere economico. In un qualsiasi Paese del mondo che non sia l'Italia, passi falsi di questa entità sarebbero bastati a far mandar via quei dirigenti che li hanno commessi. E invece in questa fulgida e moderna Unione Europea sono ancora tutti lì a governare, con la supponenza di sempre. E facciamo altri esempi. L'economia globale quest'anno crescerà, secondo World Economic Outlook, redatto periodicamente dal Fondo Monetario Internazionale: +3,1% a parità di potere d'acquisto, poi +3,6% nel 2016. La crescita media degli Usa sarà del 2,5% e per l'Ue dell'1,6%: un differenziale dello 0,9% dagli Stati Uniti potrebbe rivelarsi davvero una grossa sconfitta per l'Unione.