All'inizio dell'anno scolastico in corso l'onlus 'Telefono azzurro' ha presentato i dati di un dossier sul bullismo, che esponeva i dati raccolti nel primo semestre di attività del 'Centro nazionale di ascolto', progetto sorto da una collaborazione con il Ministero dell'Istruzione: dall'1 febbraio 2015 è attiva infatti la 'Linea nazionale di contrasto al fenomeno del bullismo', con un numero gratuito e una chat dedicata.
In base ai dati raccolti, che non si discostano molto da quelli degli anni precedenti, si può stimare che nell'arco di un anno scolastico più di tre milioni di studenti italiani subiscano umiliazioni e minacce: il 68% degli atti di bullismo accade a scuola. Nella grande maggioranza dei casi il fenomeno resta sommerso: secondo i dati emersi, solo una vittima su cinque informa un adulto.
Anche i bambini più piccoli sono sempre più a rischio, difatti nel 26,4% dei casi le vittime sono minori di 10 anni e i casi segnalati riguardano anche bambini di sei anni, mentre quasi la metà (48,8%) riguarda preadolescenti. Le vittime sono in percentuali simili tra maschi e femmine: i primi sono maggiormente a rischio in età preadolescenziale, con un calo significativo dopo i 15 anni, mentre per le ragazze i livelli restano costanti. Le conseguenze possono essere molto serie: le vittime sono ad esempio esposte al rischio di suicidio, con una probabilità doppia di metterlo in atto rispetto ai coetanei.
Il presidente di Telefono Azzurro, professor Ernesto Caffo, ordinario di Neuropsichiatria infantile presso l'università di Modena e Reggio Emilia, alla presentazione del suddetto dossier ha dichiarato: "il bullismo può essere sconfitto. Per farlo è necessario rompere il silenzio che circonda le vittime e le isola, uccidendo ogni speranza. Bisogna saper cogliere immediatamente i segnali di ciò che accade tra i banchi e nei corridoi delle nostre scuole, intervenendo tempestivamente".
Non è sempre facile però cogliere tali segnali: nel caso della dodicenne di Pordenone che si è gettata dal secondo piano della propria abitazione, nessuno ne è stato purtroppo capace: i genitori hanno affermato di sapere che la figlia non si trovava bene a scuola, ma di non aver compreso la gravità del suo malessere, mentre la dirigente scolastica non aveva notato nulla che facesse presagire ciò che è accaduto.
Per fortuna la giovane è fuori pericolo, anche se ha riportato vari traumi, tra i quali le fratture di entrambi i talloni. A salvarla è stata la tapparella di un appartamento del piano inferiore, su cui è andata a rimbalzare prima di finire sul selciato. A un vicino di casa, il primo a soccorrerla, ha spiegato "dovevo tornare a scuola dopo la malattia, ma io non ce la facevo a rientrare in quella classe. Avevo paura di urlare al mondo i miei timori e così ho deciso di farla finita". Le lettere lasciate, una di scuse ai genitori ed una di accuse a compagni di scuola, riportano una data di alcuni giorni precedente al tentamen: cio fa pensare che ci stesse già pensando da un pò tempo.
Facciamo tanti auguri di pronta guarigione, dai traumi sia fisici che psicologici, alla ragazza e ci auguriamo che sia punito chi l'ha maltrattata. Lo spettacolo cui speriamo di non dover assistere è però quello d'una punizione esemplare che lavi le coscienze: i bulli sono tanti e non è giusto che a pagare, né utile che ad essere fermati, siano solo quelli che portano una vittima a tentare di uccidersi!
La letteratura scientifica distingue il bullismo da altre forme di violenza per i criteri dell'intenzionalità, della ripetitività e dell'asimmetria: perché si possa parlare di bullismo non è quindi sufficiente che si verifichi una zuffa o un singolo episodio di angheria, deve invece instaurarsi una relazione che, cronicizzandosi, crei dei ruoli definiti, il bullo che perpetra le molestie e la vittima che le subisce senza possibilità di difendersi. L'aggressione cosiddetta 'strumentale', ovvero diretta all'ottenimento di un risultato concreto non si può considerare come un atto di bullismo, che si può piuttosto considerare come un comportamento di strumentalità debole: il bullo non ruba la classica merenda al compagno di classe perché ha fame, ma agisce per il desiderio di intimidire e dominare.
Il criterio della ripetitività può aiutarci a spiegare il motivo per il quale gli atti di bullismo avvengono spesso a scuola: le relazioni che gli alunni vi sviluppano e intrattengono sono obbligate, è quindi impossibile evitare un compagno di classe sgradevole o minaccioso. Per il bullo, scelta una vittima, è semplice raggiungerla ogni volta che lo desidera e così molestarla sistematicamente, mentre le vessazioni ripetute all'interno di un gruppo informale condurranno quasi inevitabilmente all'uscita, o per meglio dire alla fuga, della vittima.
Fenomeni in qualche modo paragonabili sono stati riscontrati in tutte le situazioni caratterizzate da obbligatorietà relazionale, dove per qualche motivo non si può decidere semplicemente di andarsene: in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, in carcere, in riformatorio, in caserma, in casa di riposo e così via.
Una volta il ragazzino che maltrattava i compagni non veniva chiamato bullo, parola con una connotazione ambigua, ma con una parola che ha una chiara connotazione negativa: prepotente. Non si tratta però soltanto di un cambiamento di linguaggio, oggi chi si comporta in modo prepotente non è più oggetto di riprovazione, l'arroganza viene ammirata nei vincenti e derisa nei perdenti, ma quasi mai rimproverata. No, non è colpa "della società": è colpa di ognuno di noi, quando ci comportiamo da prepotenti oppure, per convenienza o paura, permettiamo che qualcuno lo faccia.
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