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Per quelli della mia generazione, il Generale Lee era soltanto l'automobile arancione con bandiera confederata sul tetto di Bo e Luke nella serie televisiva "Hazzard". Quindi, era il traffico clandestino di whiskey dello zio Jesse, erano le curve mozzafiato di Daisy, erano le risse al Boar's Nest e le perenni fregature di Boss Hogg e Rosco P. Coltrane. Un telefilm divertente, nulla più. Ma a Charlottesville, in Virginia, il generale Robert Edward Lee è qualcosa di più, almeno per una parte della cittadinanza: è la storia confederata, la guerra di secessione, il Nord contro il Sud, lo schiavismo e Lincoln. E' la storia d'America. Con le sue luci e le sue ombre.

E ieri, in quella cittadina della Virginia prima di allora sconosciuta a più, è andata in onda una rivisitazione di quella storia: l'annunciato abbattimento di una statua del generale, infatti, ha scatenato i fronti opposti. I cosiddetti suprematisti bianchi da un lato e gli anti-suprematisti dall'altro. Fa molto manifestazione dei "Blues brothers" contro i nazisti dell'Illinois ma qui c'è poco da ridere. E' finita con, per ora, 1 morto e 35 feriti, frutto del gesto di un criminale che si è lanciato con la propria automobile contro la folla della manifestazione anti-razzista. Ma di questo, parleremo dopo. Perché se io mi rifiuto di ridurre a stereotipo una giornata che ha visto in piazza un'America spaccata a metà, sventolando come al solito il vessillo del pericolo nazista, ci sono alcune considerazioni da fare. Alcune di ordine politico-culturale e altre meramente politiche-securitarie.


E' inutile menare il cane per l'aia, in piazza nella manifestazione denominata "Right United" c'erano razzisti rei confessi, roba da "Mississippi burning", tra cui il Ku Klux Klan. Rivendicavano le radici confederate del Sud, rivendicavano l'orgoglio wasp dell'essere bianchi, rivendicavano il segregazionismo e una sorta di primogenitura su quella nazione fatta da immigrati: erano più i Nativi di "Gangs of New York che le SA di Adolf Hitler ma tant'è, inutile cercare di spiegarlo al "Corriere della Sera", il quale ha infatti affidato l'articolo principale a un giornalista normalmente in forza alla redazione spettacoli e kennedyano fino al midollo. Quella gente era in campo per difendere la statua di una cittadina della Virginia che per loro ha maggior importanza della Statua della Libertà: anzi, ne è l'antitesi. Piaccia o meno, il generale Lee non può essere ridotto a gerarca nazista da far sparire dai libri di storia e dalla pubbliche piazze, seppur in questo periodo il vento dell'iconoclastia spiri forte un po' ovunque (Boldrini docet).

Per quanto mi riguarda e riguarda il mio concetto di democrazia, avevano tutto il sacrosanto diritto di manifestare il loro dissenso contro quell'abbattimento. Pacificamente, ovvio ma non facciamoci falsamente turbare dallo sfoggio di armi da guerra che si è palesato ieri in Virginia: le armi in America sono la normalità, anche quelle d'assalto, siamo noi che continuiamo a guardare e a pensare all'America attraverso le serie tv girate a New York o Los Angeles. L'America profonda, quella vera, è armata fino ai denti. Vecchiette comprese. Altrettanto legittima era, ovviamente, la protesta di chi riteneva quella manifestazione un oltraggio, un ferita, uno schiaffo alla convivenza: nonostante nella prima fila dei suprematisti campeggiasse uno striscione con scritto "Pro-white, no hate", i germi dell'odio erano in circolo. Palesemente. E avevano il diritto di farlo, perché negare l'esistenza dell'odio e la sua legittimità morale è l'atto più vigliacco e pericoloso che esista.

Ora, però, mi chiedo: la manifestazione era eminentemente di carattere locale, si trattava - di fatto - di una protesta contro l'abbattimento di una statua a Charlottesville, Virginia, non di una marcia contro la guerra in Vietnam. E, visto il tipo di statua e l'aria che tira politicamente dall'elezione di Donald Trump, era normale attendersi una folla enorme di persone di colore in piazza, come spesso capita guidate dalle varie comunità cristiane del luogo. Bene, guardate queste foto che giornali e tg italiani non vi faranno vedere:

come mai il grosso del corteo è composto tutto di bianchi, per lo più millennials? E poi, sarà un caso che questa massa di white men fosse tutta in prima fila e protagonista degli scontri, come ci mostrano le foto di arresti e prime cure portare dai paramedici? Non è che a Charlottesville dovesse andare in onda la replica sudista delle manifestazioni anti-Trump organizzate dai simpatici sorosiani di Moveon.org, i quali questa volta si sono trovati però a fare i conti con gente che usa bene le armi e ancora meglio le mani? Ed ecco poi la parte politica:
questo è il tweet
"We condemn in the possible strongest terms this display of hatred, bigotry and violence," Pres. Trump says. https://t.co/tZfyR3BB6h pic.twitter.com/ZqWGyNR8Mu

— CBS News (@CBSNews) 12 agosto 2017
con cui la NBC dava conto del commento, giudicato dai più "tardivo e asettico", di Donald Trump all'accaduto. Ora, al netto che dovesse essere una manifestazione a carattere locale, per quanto sentita e capitata in piena escalation (almeno formale) con la Corea del Nord, cosa vi aspettavate da un presidente che è stato mandato alla Casa Bianca dai voti dei bianchi di Charlottesville? E in America questo lo sanno, infatti la stampa liberal twittava questo ieri pomeriggio:
Trump ignores reporters' questions:
-Do you want the support of these white nationalists groups?
-Would you call this terrorism, sir? pic.twitter.com/szXVWQMXe5

— David Mack (@davidmackau) 12 agosto 2017
chiedeva conto del giudizio del presidente al riguardo e, soprattutto, se la Casa Bianca non ritenesse quanto accaduto in Virginia un atto di terrorismo. Di più, se l'intero movimento suprematista che ieri viveva la sua prima uscita pubblica e riunito sotto un'unica sigla non fosse da considerarsi terrorista. E se fosse stata solo la stampa a chiederselo, sarebbe il meno. Il problema è che una domanda in tal senso non è giunta dal fronte Democratico, dove Obama e la Clinton si sono limitati a lacrimosi tweet di rito ma da quello Repubblicano, dallo stesso partito di Trump.

Insomma, uno scontro in piena regola tra due fazioni vede una assolta come aggredita a prescindere (nonostante travisamenti, scudi e bastoni) e l'altra in predicato di diventare come l'Isis: non vi pare ci sia qualcosa di strano e frettoloso, in questa catalogazione? E poi, al netto dell'infiltrazione di gruppuscoli anti-fascisti legati all'universo di Soros nel corteo, se i suprematisti sono da considerarsi dei terroristi per l'accaduto, la sigla ombrello degli afro-americani, Black Lives Matter, cosa dev'essere considerata, stante le dichiarazioni pubbliche dei suoi leader e le violenze scatenate dopo ogni morte di un nero da parte della polizia la scorsa primavera, anche quando a sparare era stato un agente di colore? Perché nessuno ne ha chiesto la messa al bando o l'inclusione in una black list come movimento terrorista?

E qui c'è l'ultimo punto, quello che sicuramente non verrà trattato con troppo entusiasmo e zelo dalla stampa italiana. La risposta al quesito appena posto appare naturale, stante l'accaduto: l'auto piombata sulla folla degli anti-suprematisti è certamente da mettersi in relazione alla destra razzista in piazza, quindi a loro va ascritto un atto di terrore come Nizza o il mercatino di Natale di Berlino. Questo tweet della polizia locale
BREAKING: James Alex Fields Jr. identified as suspect in deadly car plowing in Charlottesville https://t.co/gQSevheA7V pic.twitter.com/XL7ZW633ac

— NBC News (@NBCNews) 13 agosto 2017
mostra foto e identità di chi guidava quell'automobile, un ventenne dell'Ohio, attualmente in stato di fermo con l'accusa di omicidio di secondo grado. Un'accusa che poco ha a che fare con un atto di terrorismo ma, direte voi, siamo ancora alla fase delle indagini, tanto che l'FBI ha appena aperto un'inchiesta per "violazione dei diritti civili". Ops, uniamo il gesto di mezzo matto dell'Ohio ai diritti civili e all'accusa di terrorismo? Che brutto cocktail che potrebbe uscirne per la Casa Bianca. Delizioso invece per stampa e opposizione a Trump. Peccato che, non solo il solito "Washington Post" - in prima fila nel caso Russiagate - avesse casualmente l'identità del guidatore pazzo un'ora abbandonante prima della sua ufficializzazione da parte della polizia ma, come ci mostra questo tweet,
The Latest: Witnesses say a Challenger with no plates "plowed into ppl about 40 mph. Hit 15-20 people" (VIDEO) https://t.co/Bt3gDkVgrZ

— Thomas Paine (@Thomas1774Paine) 12 agosto 2017
in moltissimi molto prima che tutto fosse reso noto, facevano notare che fare un attentato con una macchina di quel tipo e con quella targa fosse degno di Gatto Silvestro. Come mai tanta attesa nel rendere noto come stavano le cose? Forse perché trattasi di un mezzo svitato dell'Ohio che ha visto troppe volte "American Histiry X" e non un membro di un gruppo di destra organizzato? Poco importa, giochino come vogliono. La giornata di ieri ci ha detto una cosa molto chiara: esiste un'America armata, bianca ed esasperata che non solo è pronta a scendere in piazza ma a farlo con determinazione senza precedenti.

Il messaggio a chi pensa di usare la commissione sul Russiagate per arrivare al potenziale impeachment è stato lanciato: noi siamo pronti a difendere la Casa Bianca e il nostro presidente. Il quale, magari, ha atteso tutto quel tempo prima di commentare l'accaduto proprio per fare in modo che a Capitol HIll vedessero chiaramente a cosa si potrebbe andare incontro, se si volesse forzare la mano: una bella guerra civile. In piena regola. Se poi venisse fuori, un domani, che l'elicottero di pattuglia il corteo non fosse precipitato per un'avaria ma per qualcos'altro, allora ci sarebbe davvero da preoccuparsi. E non per i missili di Kim Jong-un.