Massì, facciamoci quattro risate con i Pandur, i mezzi corazzati che il Governo austriaco ha schierato al confine del Brennero
per bloccare i migranti in arrivo dall'Italia. Perché non c'è niente da ridere, nonostante Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, li abbia definiti "ridicoli", con quei pochi deputati del Parlamento europeo (il 5% del totale) che si sono presentati a discutere del semestre gestito da Malta e di politiche migratorie, cioè del tema più caldo del momento.

L'aria che tira in Europa è questa: di fronte al problema dei flussi migratori l'Italia è e resterà politicamente sola. Abbiamo tutto contro: la posizione geografica (siamo un ponte naturale tra Europa e Africa e Medio Oriente), il confine di mare (che ci impedisce di tirar su muri come hanno fatto Spagna, Ungheria, Bulgaria, Macedonia, Austria e Francia) e i regolamenti comunitari, primo fra tutti quello di Dublino che impone al Paese di sbarco tutti gli oneri dell'accoglienza e che infatti nessuno vuole cambiare. Ogni incontro internazionale, summit bi o trilaterale e persino le assemblee di condominio lo confermano. Il piano per ricollocare 160 mila migranti arrivati in Italia e in Grecia nel resto della Ue? Un grottesco fallimento. La proposta di far arrivare anche nei porti di Francia e Spagna le navi cariche di migranti sottratti al mare? Strangolata alla nascita. E così via, di rassicurazione in rassicurazione, da una promessa all'altra, di fregatura in fregatura. Fa comodo a molti che si ripeta quanto è successo in questo 2017, quando l'85% dei migranti arrivati in Europa via mare è sbarcato in Italia. Una pacchia per 27 Paesi, peccato che il ventottesimo siamo noi.

Dalla parte dell'Italia, e non è ancora certo che sia un vantaggio, c'è solo la Commissione europea dell'irascibile Juncker. Il piano presentato ieri è quanto di più sensato si sia sentito dire in tema di migrazioni nel Mediterraneo. I punti centrali sono noti: organizzare un centro di coordinamento per i salvataggi in mare in Libia, premere su Tunisia e Libia perché traccino le rispettive aree di ricerca e salvataggio e istituiscano un centro di soccorso, rifinanziare il Fondo per l'Africa (ovvero: aiutiamoli a casa loro ma non per finta), riformare il Regolamento di Dublino, preparare un codice di comportamento per le navi delle Ong.

Nessuna clamorosa novità, tutte cose ragionevoli di cui si discute da tempo. È importante, però, che siano state messe nero su bianco e tutte insieme. In primo luogo perché fanno capire che i flussi migratori non sono un dramma e tantomeno un'invasione se sono considerati un problema collettivo e sono affrontati con lo sforzo collettivo di 28 Paesi che hanno 450 milioni di abitanti e formano il conglomerato economico più ricco del mondo, mentre lo diventano se sono lasciati come un cerino acceso in mano all'ultimo Paese della fila, quello che non può tirarsi indietro (noi, appunto). E poi perché indicano un programma d'azione rispetto al quale sarà difficile trincerarsi dietro le frasi fatte alla Emmanuel Macron e al menefreghismo stile Beata Szydlo, la premier di un Paese, la Polonia, che nel settennato 2014-2020 incasserà 115 miliardi di fondi Ue ma fatica a prendersi qualche decina di migranti.

Il problema vero è che qualunque programma, per realizzarsi, deve sfruttare la spinta della volontà politica. Senza tale volontà quale reale pressione potremo esercitare su Tunisia e Libia? Come, quando e per desiderio di chi cambieremo il Regolamento di Dublino? Davvero ce la faremo a dare un codice anche alle Ong tedesche e maltesi e alle loro missioni marine?

Fino a oggi la volontà degli altri Paesi europei, retorica di circostanza a parte, è stata di lasciare la grana migranti a noi. E la buona disposizione della Commissione europea potrebbe non bastare. Sarebbe forse opportuno, quindi, che il nostro Governo si attrezzasse a tirar fuori, di tanto in tanto, un minimo di attributi. Quegli stessi che Paesi come Ungheria o Repubblica Ceca mostrano di avere quando si tratta di sfruttare il meccanismo europeo delle decisioni all'unanimità. Come ci dice la Corte dei Conti, da dieci anni l'Italia versa ogni anno nelle casse Ue 5,5 miliardi in più di quanto riceve. È davvero necessario che votiamo il bilancio comunitario senza mai discutere, senza mai creare un problema? E quando si tratta di rinnovare le sanzioni alla Russia, che al nostro settore agroalimentare sono costate 10 miliardi nel solo biennio 2014-2015, dobbiamo proprio dire sì al primo colpo?

Chi pecora si fa, il lupo la mangia, diceva Fedro. È che lo diceva già duemila anni fa.