Mi basterebbe una semplice domanda per far crollare l'intero impianto ideologico della legge sullo ius soli: se questo provvedimento è tanto urgente perché legato a una questione di sacrosanti diritti negati, perché per giustificarlo si utilizza la chiave demografica e pensionistica? E' un diritto delle persone o una necessità di cassa dell'INPS?

Le due cose, come vedete, non collimano. Ma si sa, la retorica del "già oggi ci stanno pagando le pensioni" è collaudata, funziona meravigliosamente nei salotti televisivi: anche perché la gente non si prende la briga e l'onere di andare a vedere la reale situazione dell'INPS e il dato delle rimesse estere. Ma questa è un'altra storia. Che sia tutta una questione di fumo negli occhi, d'altronde ce lo dimostra la cronaca: cosa è rimasto della giornata di ieri? La protesta di CasaPound fuori dal Senato e quella della Lega Nord dentro l'Aula, con cotè di ministro dell'Istruzione che finisce in infermeria per una botta al gomito. Ma tranquilli, Valeria Fedeli in tempo reale ha fatto sapere su Twitter di stare bene e di non aver paura delle provocazioni di chi si frappone sulla strada dei diritti. E come mai la Fedeli è così centrale in questa vicenda?


Perché la legge sullo ius soli si divide in due parti e la seconda fattispecie fa riferimento al cosiddetto ius culturae, ovvero la possibilità di ottenere la cittadinanza dopo un ciclo di studi completo. Insomma, ius soli per i figli di stranieri che nascono nel nostro Paese e ius culturae per chi va a scuola con profitto e ottiene il proverbiale pezzo di carta. Paradosso vuole che, curriculum alla mano, se la Fedeli fosse straniera, rientrerebbe a malapena nella seconda categoria. Ma tant'è, fa il ministro dell'Istruzione. E' tutta ideologia, pura e semplice. Dei diritti degli stranieri non frega un cazzo a nessuno, in realtà, anche perché una legge che preveda la possibilità di richiedere la cittadinanza dopo 10 anni di permanenza in Italia, c'è già: l'unico comune denominatore qui è la fretta. Fretta di avere una nuova base elettorale, fretta d avere un nuovo esercito industriale di riserva tramite i migranti, fretta di disgregare il più possibile la società in nome del diverso che, per paradosso, garantisce l'omogeneizzazione del globalismo. Riconoscere i diritti di tutti per rispondere a un unico diritto totalizzante: quello del mondialismo apolide e liberista.

"Non esiste appellativo più importante nella nostra democrazia di cittadino australiano. E noi non dovremmo scusarci per il fatto di chiedere a chi viene qui per unirsi alla famiglia australiana di farlo come patriota australiano, legato ai valori che ci definiscono, legato ai valori che ci uniscono. Il nostro successo come società multiculturale è basato su fondamenta forti che includono la fiducia dei cittadini australiani nel fatto che il loro governo - e lui solo - determini chi possa venire in Australia".
Parole e musica, non più tardi di un mese fa, di Malcom Turnbull, primo ministro australiano, nel corso della presentazione della nuova legislazione - restrittiva rispetto alla precedente - riguardante la cittadinanza. Detto fatto, la trasmissione "The Drum" della ABC Australia ha scatenato una sorta di crociata al riguardo, arrivando a una vera e propria campagna di demonizzazione di quelle parole, bollate dagli ascoltatori come "fasciste" e "degne di Donald Trump".


Insomma, i globalisti hanno un serio problema con il concetto di nazionalismo e di patriottismo, li urta: per loro l'importante è tramutare il mondo in una grande famiglia felice stile Mulino Bianco, dove confini ed etnie non hanno più senso, dove la gente può muoversi liberamente senza dare spiegazioni e, soprattutto, dove nessuna società è peculiarmente migliore dell'altra.

Perché, predicando la diversità, lo scopo è solo uno, ovvero ottenere il contrario: mischiarci dentro una monocultura globale che risponda non a diritti o tratti distintivi dell'essere ma semplicemente alle linee guida della "società aperta". Le parole di Turnbull, niente più che buonsenso, sono diventate qualcosa di cui vergognarsi e contro cui battersi in nome del diritto universalistico a un mondo senza barriere, un mondo piatto che può essere calcato a destra e a manca senza limiti: per questo ius soli, perché l'alternativa è il sangue. E quello, almeno per ora, non lo si può ottenere attraverso l'alacre lavoro delle ONG.

E' uno schema fisso e rispondente a un'agenda precisa. Come Turnbull ha la ABC, in Italia abbiamo "La Repubblica". E non lo dico a caso, perché il senso di quanto accaduto ieri al Senato e di quanto accadrà ancora una volta passato il ballottaggio delle amministrative sta tutto in questa prima pagina del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari,

risalente allo scorso 30 maggio, quando l'accordo di base tra Forza Italia, PD, M5S e Lega Nord su una nuova legge elettorale di stampo proporzionale sembrava spalancare le porte al voto in autunno. Ecco allora che il direttore del giornale, Mario Calabresi, sentiva il bisogno di chiedere al morente esecutivo di non tradire almeno sei riforme, prima della fine anticipata della legislatura: una di queste, nemmeno a dirlo, era quello sullo ius soli. In subordine, cannabis e bio-testamento. Un'agenda etica più che politica, frutto marcio e riconoscibile della visitina di George Soros a Paolo Gentiloni il 3 maggio scorso. A Palazzo Chigi, non in sede privata. E perché era così importante accelerare, perché una legge che giace sui tavolini delle Commissioni parlamentari da anni, ora deve ottenere corsia preferenziale e prioritaria? Perché la rabbia sta montando e occorre blindare le basi della nuova società che ci aspetta, prima che quanto accaduto ieri mattina fuori dal Senato trovi la strada dell'urna e tracimi in qualcosa di più strutturato che un voto di protesta per il sindaco.

Qui non parliamo di raccolta differenziata o di illuminazione stradale, qui parliamo di una sostituzione etnica in corso che ha bisogno di pilastri e quinte colonne all'interno della società: serve il famoso "mediatore culturale", serve il doppiogiochista dal volto umano che rende presentabile chi arriva agli occhi di chi non ne può più, serve il costruttore di ponti in un mondo che vuole, giustamente, muri. E, se possibile, anche fossati con tanto di coccodrilli. E un processo tanto semplice e plateale, quanto subliminale, esattamente come l'uso di sport e musica per veicolare messaggi ben più profondi e destabilizzanti.

Nel viso del bambino cinese o nigeriano che anela per ottenere la cittadinanza, nelle lacrime dei suoi genitori che lo vogliono italiano a tutti gli effetti, nelle imprese di Mario Balotelli o Fiona May c'è il biscotto buonista da inzuppare nel caffè amaro del meticciato globalista, tanto per renderlo più deglutibile. Instillare il senso di colpa e al contempo di solidarietà/empatia verso quegli italiani non riconosciuti, in automatico umanizza e dà un volto anche a chi sbarca in continuazione nei nostri porti in queste ore, lo rende cittadino in pectore, lo trasforma nell'italiano che verrà e che dobbiamo accettare, felici e progressisti, in nome del multiculturalismo della società aperta.

Come mai, a vostro modo di vedere, la Commissione UE si è così accalorata per la vicenda dell'università di George Soros e delle restrizioni sul suo operato messe in campo dal governo ungherese? Tout se tient, come dicono i francesi. Tra la difesa a oltranza di Alexei Navalny nella campagna contro Vladimir Putin e il parossistico tradimento patrio di chi sostiene la legge sullo ius soli, non c'è differenza: non a caso, la centrale del globalismo che risponde al nome di "La Repubblica" sostiene con medesimo entusiasmo entrambi i processi di destabilizzazione. Fateci caso, poi: chi ha scatenato una polemica sul presunto incontro segreto fra Matteo Salvini e Davide Casaleggio, prodromico a un possibile patto Lega-M5S? Ovviamente il giornale diretto da Mario Calabresi, ieri in prima pagina. E come ha reagito il direttore alle smentite delle due parti in causa? Ribadendo la bontà delle sue due fonti, non rivelandone il nome ma solo la qualifica: due alti dirigenti della Lega.

Quindi, un ricatto alle fonti stesse: se non volete giocarvi la carriera, con Salvini che vi caccia in due minuti, reggete il gioco. E appena Luigi Di Maio ha minacciato querela e chiesto le dimissioni del direttore del quotidiano, come nel suo diritto di cittadino che vede diffamato il movimento in cui milita, ecco che Mario Calabresi ha assunto la postura della vittima e del martire della libertà di stampa: "Inaccettabili le minacce di Di Maio". E' il loro stile, colpire con la macchina del fango, le fonti anonime, le stesse fake news che a parole dicono di combattere e poi piangere e chiedere la protezione de Grande Fratello, se chi viene attaccato ha anche l'ardire di reagire. E' lo stesso schema applicato su vari fronti: le balle sulla Siria, le interferenze russe, i diritti degli omosessuali, quelli dei migranti, quelli delle ONG, il Russiagate per colpire Trump, il gender che la sera negano e di giorno, in edicola, propagandano festanti.

Destabilizzare, criminalizzare l'avversario e poi piagnucolare, funziona a meraviglia su ogni fronte. Il caso di ieri è l'esempio calzante: tra quanto avvenuto dentro e fuori il Senato e quanto scatenato dalla prima pagina di "Repubblica", traiamo il quadro perfetto del Matrix mondialista in cui siamo precipitati. A far paura non è stata l'opposizione in aula o in strada ma il fatto che l'agenda di priorizzare questa legge abbia fatto un cortocircuito da cui è nato il prodromo, magari destinato ad abortire subito, di un patto tra Lega e Cinque Stelle, un patto sovranista-nazionalista e, di fatto, anti-UE. Per questo, in tutta onestà, me ne frego altamente dei presunti diritti che vengono garantiti con un ciclo scolastico o con la nascita di un bambino (atto che garantisce la cittadinanza al genitore sprovvisto di permesso di soggiorno, tra l'altro, se il compagno/coniuge è in regola), me ne fotto del visino che impietosisce nelle campagne di propaganda, me ne fotto delle accuse di razzismo: la cittadinanza non è un do ut des burocratico, quella si chiama residenza.


E nessuno ha diritto di essere cittadino per esigenze pensionistiche o agende politiche da consorteria segreta. La paura che ha instillato quel presunto incontro segreto fra Casaleggio e Salvini fa ben sperare, anche in assenza di un suo dato di realtà, paradossalmente. Significa che, a forza di tirare la corda, forse qualche filo comincia a strapparsi. E non basteranno tutte le Valeria Fedeli del mondo con il loro gomito indolenzito in favore di fotografi a fermare la consapevolezza di un popolo che finora ha dormito, quando ci si renderà conto che a prezzo di saldo non si sta regalando la cittadinanza a degli stranieri. Ma, bensì e ben più grave, svendendo identità e dignità sotto la falsa etichetta (oltretutto con data di scadenza molto ravvicinata per scelta del "produttore") del riconoscimento di un diritto.