ISIS propaganda
Dietro la recente pubblicazione degli archivi dell'Isis c'è il Qatar (e non solo); quei file, giudicati autentici dalla Intelligence tedesca anche se datati, sono una manovra per riprendere, almeno in parte, il controllo di una creatura sfuggita di mano.

Abu Ahmed (nome di facciata), sarebbe l'ex "ribelle" dell'Free Siryan Army, passato fra i Daesh e poi "pentito", che ha passato a Sky News una chiavetta usb con 22mila formulari compilati dai seguaci del "califfo" al momento dell'affiliazione; i dati, contenenti le generalità di terroristi provenienti da 51 Nazioni, sono stati consegnati alla Intelligence tedesca dalla giornalista che ha ricevuto i documenti e giudicati autentici.

Ma quello annunciato come un colpo sensazionale per l'Isis ha subito cominciato a far discutere: il primo a pubblicare in anteprima quei file è stato Zaman al-Wasl, un sito della cosiddetta "opposizione" siriana, nella realtà null'altro che uno strumento nelle mani del Qatar, che già più volte se n'è servito per operazioni di disinformazione.

Inoltre, le 22mila schede si riducono a 1.736 perché tutte le altre sono ripetizioni o largamente incomplete, e buona parte di esse sono comunque inutili perché si riferiscono a personaggi ormai "bruciati" o eliminati. Ma non è questo a dare da pensare, quanto il fatto che la loro intestazione riporta il logo dello "Stato Islamico dell'Iraq e della Siria" originario e non dello "Stato Islamico" successivo, facendo dedurre che i documenti sia vecchi di almeno due anni.

Allora l'Isis era ancora un progetto di Arabia saudita e Qatar, messo in piedi col pieno appoggio Usa per destabilizzare il Medio Oriente e smembrare Siria ed Iraq. Ma quando grazie a complicità ed appoggi il Daesh è cresciuto e si è allargato a dismisura, giungendo ad impadronirsi di numerosi giacimenti petroliferi siriani ed iracheni, ed a imbastire un fitto reticolo di traffici criminali che lo hanno reso ricco e potente, ha pensato di potersi mettere in proprio, facendo a meno di obbedire a sostenitori ormai superflui.

Ovviamente, i suoi creatori (a cui altri nel frattempo si sono aggiunti: Israele, Turchia, etc.) si sono guardati bene dal combatterlo o semplicemente ostacolarlo anche se in buona parte fuori controllo, perché rimaneva perfettamente funzionale alla destabilizzazione dell'area. E se qualche inguaribile ingenuo dubitasse ancora della cosa, basterebbe che leggesse, fra le tante disponibili, delle dichiarazioni di Richard Dearlove, per quarant'anni nel Mi6 (il Servizio Estero inglese) che ha diretto per cinque.

Di recente le cose sono però cambiate radicalmente: lo sdoganamento dell'Iran a seguito dell'accordo sul nucleare, che gli ha conferito un'agibilità politica prima preclusa, e l'intervento russo in Medio Oriente, hanno determinato una brusca inversione di tendenza. Dinanzi ad avversari veri, ben diversi dalla ridicola coalizione di facciata messa in piedi dagli Usa, i Daesh stanno collezionando sconfitte e perdendo rapidamente terreno sia in Siria che in Iraq.

Fortemente ridimensionato e con i proventi dei traffici criminali drasticamente ridotti (soprattutto quelli del petrolio), ora l'Isis può essere nuovamente "agganciato" e usato per i disegni di destabilizzazione coltivati dal Golfo.

Di qui l'iniziativa del Qatar, che brucia elementi storici del Daesh ma in realtà gli arreca poco danno, lanciando un segnale a chi si trova in difficoltà. In questa operazione sauditi e qatarioti sono insieme: troppo forte la paura nel veder naufragare per intero la propria strategia, talmente forte da far accantonare le aspre divergenze del passato.

Insomma, quello dell'Isis-leaks è l'ennesimo intrigo, e di certo neppure l'ultimo, di chi per anni ha insanguinato il Medio Oriente per dominarlo, ed ora vede crollare tutti i suoi progetti.