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© REUTERS/ Francois Lenoir

Il punto di non ritorno è stato superato. Il referendum c'è stato nonostante le feroci violenze scatenate dal governo centrale contro cittadini con le mani alzate che esprimevano una opinione e un diritto. Quelli che sono riusciti a votare, opponendosi alla repressione, hanno dato il 90% dei voti all'indipendenza.


Il governo di Madrid è sconfitto irrimediabilmente. Dopo le prime dichiarazioni bellicose, ora ci si rende conto, a Madrid, che proseguire con l'uso della forza sarebbe catastrofico per la Spagna. Intanto la Catalogna intera va in sciopero generale per premere ora sullo stesso governo regionale affinché la dichiarazione d'indipendenza venga formalizzata. Una reazione a catena è una prospettiva reale e, se sarà avviata, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Una dichiarazione di indipendenza incombe in base alla legge che è stata approvata, seppure a maggioranza, alcune settimane fa dal Parlamento della Generalitat.

L'Unione Europea, del tutto impreparata a fronteggiare un evento "europeo" di tale portata, ha preso, in ritardo, una posizione che a prima vista appare prudente ma che in sostanza è pilatesca e potrebbe rivelarsi, alla lunga, disastrosa: il voto di Barcellona è "illegale", ma la questione è "spagnola". In realtà a Bruxelles non potranno ignorare che gli effetti della crisi catalana si riverseranno sull'Europa nel suo complesso. Le per ora deboli reazioni di Bruxelles, di Berlino e di Parigi, di Roma dicono che gli altri governi europei non sanno cosa fare e cosa dire. Il Presidente Mattarella e il capo del governo italiano Gentiloni hanno ripetuto banali, seppure logiche, esortazioni al dialogo politico. Ma la situazione è già fuori controllo e le posizioni del governo centrale oscillano tra dichiarazioni bellicose e balbettamenti. Un terreno di discussione pacifico non esiste.

Sarebbe probabilmente necessaria una mediazione internazionale, ma nessuno si è fatto avanti fin'ora per proporre un tavolo negoziale e non è neppure sicuro che Madrid accetterebbe una presenza "estera" che implicitamente confermerebbe la incapacità di Rajoy a compagnia di cavarsela da soli.

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© Sputnik. Vitaly Podvitsky
La reazione del primo ministro spagnolo Mariano Rajoy al referendum in Catalogna
Da un lato c'è la preoccupazione di dare spazio a istanze centrifughe che esistono più o meno latenti in diversi paesi europei; dall'altro non è possibile approvare la violenza contro cittadini che stavano pacificamente votando per realizzare un diritto all'autodeterminazione che è protetto anche dalla Carta delle Nazioni Unite.

In ogni caso è più che probabile che l'esperienza catalana si sedimenterà nella memoria collettiva di una opinione pubblica europea che è già da tempo scossa da una crisi profonda di identità. Il "contagio" già si è avvertito in queste ore in Italia. Il Movimento Cinque Stelle, attraverso uno dei suoi portavoce, Di Battista, ha criticato aspramente Madrid per la gestione della crisi. E il capo della Lega Nord, Matteo Salvini, ha subito ricordato il referendum "separatista" veneziano alle porte in queste prossime settimane. In verità Matteo Salvini ha soltanto nominato una generica maggiore autonomia per il Veneto e il Nord in generale. Ma si è guardato bene dall'esprimere piena solidarietà e sostegno a una qualsivoglia richiesta di "sovranità" o "indipendenza". Del resto, sebbene una parte, decisamente minoritaria, delle popolazioni del nord Italia nutra speranze in questa direzione, è del tutto fuori luogo immaginare tensioni politiche rilevanti in questa direzione. Tanto più che e il governo italiano non sembra né preoccupato per il risultato di una consultazione che non riconosce, né intenzionato a reprimerla.

Ma gli effetti dello scontro catalano si faranno sentire altrove, In Belgio, Gran Bretagna, nella Spagna stessa, nell'area dell'ex Jugoslavia, perfino all'interno della disastrata Ucraina, dove le spinte centrifughe non si limitano al Donbass, ormai irrecuperabile per Kiev, ma riguardano diversi territori occidentali del paese. E i prossimi giorni diranno se le dichiarazioni bellicose della prima ora del premier Rajoy e del ministro della giustizia Rafael Català ("useremo tutti i mezzi legali per ripristinare l'ordine in Catalogna") prenderanno il sopravvento. Per "mezzi legali" s'intende l'articolo 155 della Costituzione spagnola, che autorizzerebbe il governo di Madrid a "sospendere" l'autonomia catalana, a mettere il chiavistello al parlamento di Barcellona, a esautorare il presidente Charles Puidgemont e a mettere in stato d'assedio l'intera regione. Sarebbe l'anello successivo della reazione a catena già in atto.


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