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gio, 21 gen 2021
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Giovanna Botteri dagli Stati Uniti: tre bufale in un minuto.

Giovanna Botteri

Vi riportiamo un ottimo fact-checking di Mazzucco di luogocomune.net sul servizio dell'inviata Rai negli Stati Uniti Giovanna Botteri a proposito della prima conferenza stampa rilasciata da Trump.


Il video di Mazzucco si conclude con questa domanda, che facciamo nostra: "ma perché i cittadini italiani devono pagare il canone per pagare lo stipendio a persone come la Botteri che distorcono sistematicamente quello che ci raccontano?".

Perché?


Blackbox

Riforma costituzionale: sparita dai radar dell'informazione ufficiale

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© AFP 2016/

Viene spontaneo domandarsi: ma il buon esito della riforma costituzionale non doveva essere lo spartiacque che avrebbe impedito la fine dell'Italia e ne avrebbe sancito il rilancio?


Al momento attuale l'intellighenzia nostrana ha ottimi motivi per praticare l'arte della polemica e riempire di fuffa i giornali nazionali: bisogna assegnare le responsabilità politiche relative alla tragedia di Farindola, c'è da dibattere sull'eventuale defenestrazione di Renzi dalla leadership del Partito Democratico, si elaborano frasi e previsioni tanto sciocche quanto banali sul neo-presidente Trump.

Tuttavia, il tema della riforma costituzionale è svanito dall'informazione ufficiale, l'unica "buona" secondo i parametri che si vogliono imporre ai cittadini europei. In verità, l'argomento era scemato di interesse già nel giorno in cui si era consumata la sconfitta al referendum. Viene spontaneo domandarsi: ma il buon esito della riforma costituzionale non doveva essere lo spartiacque che avrebbe impedito la fine dell'Italia e ne avrebbe sancito il rilancio? Ci venivano prospettati scenari apocalittici in caso di sconfitta del Sì e veniva raccontato che mantenendo l'attuale assetto costituzionale sarebbe stato impossibile continuare a governare e a legiferare.

E invece, a oltre un mese di distanza dal fatidico 4 dicembre, è cambiato poco o nulla. Lo spread è costante, Piazza Affari non ha registrato ribassi choc, il debito pubblico continua a lievitare proprio come negli ultimi quarant'anni, la crisi morde ancora il tessuto imprenditoriale e ben 12 leggi sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Insomma, il cielo non è crollato, il mondo non è finito.

Tutto bene, già, ma ci tormenta quella frase pronunciata spesso nei dibattiti televisivi e usata come maglio perforante dai sostenitori del Sì: "le riforme costituzionali ce le chiede l'Europa".

Heart - Black

Comune di Farindola fa causa a Charlie Hebdo per vignetta irrisoria su tragedia Rigopiano

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© REUTERS/ Vigili del Fuoco

Le autorità comunali di Farindola, in cui si trova l'hotel Rigopiano rimasto sepolto dalla neve mercoledì a seguito di un'enorme valanga, hanno intentato una causa contro il settimanale satirico francese Charlie Hebdo, che ha pubblicato una vignetta su questo tragico evento.


La vignetta mostra la morte in discesa dalla montagna con gli sci mentre tiene con le mani non i 2 classici bastoncini ma 2 asce. Il disegno è accompagnato dalla scritta. "Italia. E' arrivata la neve."



Il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta ha dichiarato sabato sera di aver già dato indicazioni per preparare un'azione legale contro la rivista francese e contro gli autori della vignetta. Si occuperanno della causa gli stessi avvocati che avevano già preparato la denuncia contro Charlie Hebdo su disposizione dell'amministrazione comunale di Amatrice, dopo che la rivista aveva pubblicato una vignetta di scherno in occasione del terremoto del 24 agosto della scorsa estate, a seguito del quale la città venne quasi completamente distrutta.

Le autorità delle due città italiane ritengono le vignette offensive e assolutamente fuori luogo.

Nel frattempo come riportato sabato dal numero uno della Protezione Civile italiana Fabrizio Curcio, i soccorritori sono riusciti a trovare i 11 sopravvissuti, 9 dei quali sono già stati liberati dalla prigione di neve.

Arrow Down

Così si lavora nei beni culturali

venaria reale torino

di Vincenzo Maccarrone


Lavorare nei beni culturali in Italia, si sa, è complicato. Qualche anno fa con brutale chiarezza l'allora Ministro dell'Economia Tremonti ebbe a dichiarare che "con la cultura non si mangia". La vicenda che coinvolge i lavoratori della Reggia di Venaria, ex residenza reale dei Savoia in Piemonte, è esemplificativa della precaria condizione di chi oggi lavora nel settore culturale.

Mentre il 29 dicembre dello scorso anno la dirigenza della residenza sabauda festeggiava il milionesimo visitatore del 2016, il sindacato USB - che organizza la maggior parte dei 95 lavoratori cui sono affidati i servizi esternalizzati della Reggia - proclamava il decimo sciopero di una vertenza cominciata nella scorsa primavera.

Dopo anni di abbandono e incuria, la Reggia ha riaperto nel 2007. Sin da allora si decise di esternalizzare i servizi di sorveglianza, assistenza, custodia, accoglienza, biglietteria, call center e attività didattiche essenziali per il funzionamento della struttura. Per il consorzio che gestisce la Venaria Reale (un ente partecipato dal Ministero dei beni culturali, dalla Regione, dal comune di Venaria e dall'onnipresente Compagnia di San Paolo), è un modo molto comodo per godere dei benefici dei servizi dei lavoratori in outsourcing senza avere l'onere della gestione delle loro questioni lavorative.

Per circa un centinaio di lavoratori e lavoratrici questo significa invece che ad ogni cambio di appalto, all'incirca ogni quatto anni, c'è il rischio concreto di rimanere a casa o di vedere ridotto il proprio stipendio. Una situazione che si è concretizzata nella primavera del 2016, quando è stato pubblicato il bando per il rinnovo dell'appalto dei servizi esternalizzati. I lavoratori in outsourcing avevano immediatamente segnalato il taglio delle ore messe in appalto, che significava quasi certamente una riduzione del loro orario di lavoro e quindi degli stipendi. Inoltre non veniva specificato il contratto di categoria che sarebbe stato applicato, il che sollevava il sospetto che ci fosse l'intenzione di sbarazzarsi del contratto Federculture, conquistato dopo una lunga lotta che finalmente aveva equiparato la situazione contrattuale fra lavoratori esternalizzati e quelli assunti direttamente dalla Reggia.

Pirates

Finanzcapitalismo: schiavi del debito

basta europa delle banche
"Di tutti i modi per organizzare l'attività bancaria, il peggiore è quello che abbiamo oggi"
(Sir Mervyn King, ex governatore Banca d'Inghilterra)
Da sempre strumento di supporto dell'economia capitalistica, con l'avvento del neoliberismo la finanza si è tramutata da servitore a padrone dell'economia mondiale, fagocitandola e riproducendosi a ritmi vertiginosi.

di Ilaria Bifarini *

Una delle trasformazioni più inumane del sistema capitalistico industriale, fondato originariamente sull'industria manifatturiera e più in generale di produzione, è quella in capitalismo finanziario, in cui il potere è concentrato in pochi grandi istituti di credito. Le banche hanno cessato il loro ruolo di supporto e di credito allo sviluppo, preferendo investire in prodotti finanziari dai quali viene generato altro capitale, in un sistema autoreferenziale in cui i profitti nascono dalla speculazione, senza passare attraverso il lavoro e la produzione.

In modo graduale, ma anche repentino, il sistema capitalistico ha spostato l'asse dall'economia reale a quella finanziaria e, ancora peggio, alla speculazione che ne deriva, tanto da essere stato ribattezzato "finanzcapitalismo" o "capitalismo ultrafinanziario".

Orientato alla massimizzazione del profitto ricavato dal denaro stesso, in esso la ricchezza non passa attraverso la produzione di beni o servizi, né è previsto un piano di redistribuzione tra lavoratori e consumatori, ma solo l'accentramento nelle mani di pochi, pochissimi. Da sempre strumento di supporto dell'economia capitalistica, con l'avvento del neoliberismo la finanza si è tramutata da servitore a padrone dell'economia mondiale, fagocitandola e riproducendosi a ritmi vertiginosi.

A partire dal 1980 l'ammontare degli attivi generati dal sistema finanziario ha superato il valore del Pil dell'intero pianeta. Da allora la corsa della finanza al profitto è diventata così veloce da quintuplicare per massa di attivo l'economia reale nel giro di un trentennio.

Cult

Gentiloni: uomo-portafoglio per i debiti di Renzi

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© AFP 2016/ AL-WATAN DOHA / KARIM JAAFAR
Come volevasi dimostrare: i debiti lasciati dal governo Renzi esistevano veramente. E ora toccherà pagarli al premier subentrante, Paolo Gentiloni.

Ma si tratta solo della consueta partita di giro, gestita in casa, all'interno del Partito Democratico e di questo governo-fotocopia. Una situazione che almeno non obbligherà i vecchi o rinnovati ministri a inscenare il solito teatrino, quello dei nuovi arrivati che si stracciano le vesti accusando i precedenti inquilini di Palazzo Chigi di qualunque delitto e che nel rimpallarsi le imputazioni sprecano un anno di lavoro. Stavolta non dovrebbe esserci la lotta di veline, perchè c'è Gentiloni che dovrà diventare l'uomo-portafoglio dei debiti di Renzi. Resta però un interessante dato politico: il tour della Penisola fatto dall'ex premier e dalla sua sodale Boschi, finalizzato a promuovere il Sì al referendum e che ha lasciato ai cittadini un pesante dazio da pagare, un'antipatica eredità prevista anche su Sputnik.

Il conto presentato dall'UE è salatissimo, con 3,4 miliardi di euro di manovra correttiva che corrispondono a due terzi del gettito ex Ici sulla prima casa. È una cifra destinata a impedire l'ennesima procedura d'infrazione, che toglierebbe la terra da sotto i piedi a uno Stato cui gli organismi comunitari hanno già largamente concesso flessibilità nelle norme sul pareggio di bilancio e sul patto di stabilità. Questo lassismo era stato mal digerito da gran parte dell'establishment di Strasburgo e di Bruxelles, che conoscono bene i pregi e i difetti della classe politica italiana.

C'è da domandarsi se gli argomenti addotti dal ministro dell'Economia Padoan, cioè la deflazione e le condizioni di mercato avverse alle privatizzazioni (che considera fattori fuori dal controllo del Governo), potranno convincere l'Eurogruppo a lasciar decadere l'eventuale procedura d'infrazione; però diventa difficile crederlo dopo il declassamento del rating dell'Italia e dopo le previsioni sulla crescita economica tutte riviste al ribasso.

Chalkboard

Disastri naturali, il modello di Cuba e il baratro italiano

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"Il segreto dell'esito della Difesa Civile Cubana è non pensare al costo che suppone fermare imprese, traslocare centinaia di migliaia di persone, alimentare gli sfollati, paralizzare economicamente il paese quando è imprescindibile. L'esito radica nel dare la massima priorità alla salvaguardia della vita umana."
Così terminava un articolo di Fernando Ravsberg, giornalista uruguaiano corrispondente a Cuba per la BBC, uscito sul giornale spagnolo Público. L'articolo spiegava perché l'uragano Matthew, lo scorso ottobre, non ha causato vittime a Cuba, mentre nelle altre isole caraibiche il ciclone mortale aveva provocato moltissime vittime mortali.

Il giornalista del canale informativo britannico, tutt'altro che vicino al Partito Comunista Cubano, descriveva l'incredibile capacità di resistenza e risposta del modello cubano alle molteplici calamità naturali che si abbattono sull'Isola. Un modello basato sulla partecipazione e l'informazione, in cui la chiave per garantire la protezione alla cittadinanza è la solidarietà tra gli abitanti. Una solidarietà, però, tutt'altro che spontanea o caduta dal cielo, bensì organizzata nei minimi dettagli, sia a livello istituzionale che sociale, a livello statale ma soprattutto comunitario.

In situazioni di emergenza, tutte le famiglie cubane evacuate trovano sistemazioni in scuole, istituzioni, qualsiasi edificio è messo a disposizione in caso di pericolo per calamità naturale. Durante l'ultimo uragano, qualche mese fa, queste operazioni hanno coinvolto più di un milione di persone (su una popolazione di undici milioni). La Difesa Civile è, per l'appunto, composta soprattutto da civili: solo una piccola parte degli uomini e delle donne che si attivano in caso di rischio fanno parte dei corpi statali, il resto sono persone che nella vita quotidiana svolgono altri mestieri. Infatti, in un altro articolo, Alexis Lorenzo, psicologo e membro della "Rete Latinoamericana di Psicologia per i casi di Emergenze e Disastri", spiega: ‹‹se chiedessimo a un cubano cos'è la Difesa Civile, risponderebbe: siamo noi, ogni persona partecipa nelle diverse tappe di preparazione››.

Crusader

Sovrantita' democratica significa subito spendere 20 miliardi per le popolazioni colpite da terremoto e gelo. Poi mandare all'inferno la UE

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LA SOVRANITÀ DEMOCRATICA È SPENDERE SUBITO 20 MILIARDI per le popolazioni e le aree colpite dal terremoto e dal gelo e mandare all'inferno la UE e i suoi vincoli di bilancio.


Questa dovrebbe essere la risposta alla letterina con cui i burocrati della UE chiedono di tagliare 3,4 miliardi di euro dal bilancio pubblico.

Attenzione, chi denuncia la cialtroneria di Renzi, che per fare la sua perdente campagna referendaria ha distribuito furbescamente mance e promesse, chi condanna i giochetti del governo con la UE, ha perfettamente ragione. Va però aggiunto che gli stessi burocrati UE si sono prestati ai trucchi renziani, rinviando la loro presa di posizione a dopo il voto sulla controriforma costituzionale, che hanno sfacciatamente sostenuto. Dopo la vittoria del NO ora Bruxelles ci presenta il conto e dice che dobbiamo pagare. Eh no.

Il ministro Del Rio, ai governanti tedeschi che chiedono par condicio nelle multe tra Volkswagen e FCA, ha risposto che siamo un paese sovrano. Il nostro governo difende la sovranità del paese solo quando deve obbedire a Marchionne? Eh no.

Quello che sta avvenendo è gravissimo e non può essere coperto dal teatrino della politica di palazzo e dai borbottii incomprensibili di Padoan, Gentiloni, Mattarella. Un paese che si fa imporre il bilancio dello stato da poteri esteri non ha più una sovranità, non è più una democrazia, è solo una colonia.

Arrow Down

Il fallimento del Jobs Act

Licenzia Act

di Guglielmo Forges Davanzati


È ormai chiaro che, rispetto all'obiettivo dichiarato (accrescere l'occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la 'stabilizzazione' dei contratti di lavoro.

Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni. Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l'introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell'anzianità di servizio), sia per l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura - datata 7 marzo 2015 - fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.

Come da più parti previsto, si è trattato di un provvedimento del tutto inefficace, e per alcuni aspetti controproducente, per la crescita dell'occupazione. Dopo un aumento dell'occupazione 'a tempo indeterminato', evidentemente determinato dalla convenienza da parte delle imprese a riconvertire i contratti per avvalersi della detassazione, riducendosi i fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, si è registrata una rapidissima inversione di tendenza: è aumentato il tasso di disoccupazione e i contratti sono diventati sempre più precari. In sostanza, si è trattato di un'operazione che ha temporaneamente "drogato" il mercato del lavoro italiano. Nulla più di questo, se non si fosse trattato di un vero e proprio spreco di risorse pubbliche per un obiettivo non raggiunto e verosimilmente non raggiungibile con gli strumenti utilizzati. Terminata questa fase, ci si ritrova in una condizione sotto molti aspetti peggiore della precedente, una triste eredità del Governo Renzi, per due ordini di ragioni.

Propaganda

Governo italiano: adeguamento all'UE e prove di censura

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© flickr.com/ Jennifer Moo

Gli eventi di portata storica del 2016 (Brexit, Trump presidente, sconfitta referendaria di Renzi, vittoria di forze "populiste") non riescono a venire metabolizzati da una classe politica che ha fallito nella sua totalità: diventa quindi necessario per essa addomesticare il malcontento col vecchio metodo del togliere voce a chi si ribella.


E' inutile, le élite globali proprio non si arrendono di fronte all'evidenza: la rete ha cambiato una volta per tutte il mondo dell'informazione, superando i tradizionali e forse obsoleti centri di intermediazione delle notizie. A farne le spese sono i diritti fondamentali come la libertà di parola e quella di stampa, che oggi rischiano di essere cancellati dalle direttive europee. Gli eventi di portata storica del 2016 (Brexit, Trump presidente, sconfitta referendaria di Renzi, vittoria di forze "populiste") non riescono a venire metabolizzati da una classe politica che ha fallito nella sua totalità: diventa quindi necessario per essa addomesticare il malcontento col vecchio metodo del togliere voce a chi si ribella.

Recentemente il Governo italiano ha fatto conoscere sulla testata Il Foglio, per bocca del ministro della Giustizia Orlando, le sue brillanti idee per imbavagliare l'informazione della rete: E' arrivato il momento di mettere le cose in chiaro: Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti. Se su una bacheca vengono condivisi messaggi d'odio, o propaganda xenofoba, è necessario che se ne assuma le responsabilità non solo chi ha pubblicato il messaggio ma anche chi ha permesso a quel messaggio di essere letto potenzialmente in tutto il mondo. Al momento non esiste una legge che renda Facebook responsabile ma di questo discuteremo in sede europea prima del G7, per mettere a tema il problema senza ipocrisie.